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PSICODINAMICA nel KARATE

 

Relatore: 

M° Leonardo Dorio c.n.3°dan

(Tesi: Maestro di karate A.I.Ka.F.)

 

In questa trattazione voglio descrivere i meccanismi che vengono attivati dalla pratica quotidiana del karate, non solo a livello fisico, ma essenzialmente a livello psichico e comportamentale.

Il karate rappresenta un ottimo strumento per migliorare l’utilizzo delle proprie risorse psicofisiche.

La psicodinamica nel karate si basa su un maggior equilibrio (con se stessi, con gli altri e con l'ambiente) grazie ad una più complessa utilizzazione delle proprie potenzialità.

Le aree di intervento su cui vengono più frequentemente applicate le tecniche

della Psicodinamica sono:

Equilibrio psichico: 

maggiore fiducia in se stessi, più corretta valutazione della realtà soggettiva ed oggettiva, miglioramento dei rapporti interpersonali, controllo dei propri stati emotivi, eliminazione di abitudini negative ( fumare, mangiarsi le unghie, ecc. ) o atteggiamenti poco graditi ( paura, ansia, pigrizia, ecc. )

Salute fisica: 

attenuazione degli stati di stress, impiego ottimale del sonno, stimolo delle risorse di autoguarigione dell'organismo, controllo ed attenuazione delle patologie di origine psicogeno.

Studio e lavoro: 

maggiore facilità di concentrazione e di memorizzazione, attenuazione degli impedimenti provocati da ansia o sfiducia in se stessi, valorizzazione delle proprie risorse intellettuali.

Innanzitutto vediamo cosa e dove è nato lo studio della psicodinamica intesa come scienza;

E’ stata per la prima volta codificata negli Stati Uniti ad opera di un medico (Maxwell Maltz) specialista in chirurgia plastica, che si era trovato ad affrontare alcuni casi in cui i suoi pazienti, ai quali erano stati eliminati chirurgicamente i difetti fisici, continuavano a comportarsi come se i loro difetti esistessero ancora.

Sulla base di approfondite ricerche psicologiche mise a punto un metodo che, attraverso l’applicazione di semplici esercizi mentali, consentiva ai suoi pazienti di migliorare la propria immagine mentale.

Maltz giunse alla conclusione che ogni individuo sviluppa, nell’arco della crescita, un concetto globale di se stesso, un’immagine mentale, "auto immagine".

Il metodo però dimostrò molte possibilità d’impiego che fu utilizzato negli Stati Uniti in molti altri campi quali il training per il personale in campo commerciale, la terapia, in alternativa alle terapie brevi di tipo tradizionale e nell’allenamento di molte discipline sportive.

Agli inizi degli anni 70 arriva in Europa, dove comincia a diffondersi a partire dalla Francia: qui perde ogni finalità specifica e diventa soltanto uno strumento; un metodo il cui uso consente di ottenere non un risultato prefissato, ma qualunque obiettivo che, chi lo apprende, desideri conseguire.

L’estrema semplicità e praticità del metodo, unite alla velocità di apprendimento e soprattutto all’efficacia ne facilitano il diffondersi in tutta Europa dove è insegnato in quasi tutti i paesi anche con il nome di " mind dynamics " o psicocibernetica.

Mediamente ogni individuo, nell’arco della propria vita utilizza solo il 15% delle proprie potenzialità mentali; in base a fattori ereditari, educativi e ambientali.

E se l’elemento educativo (come nel caso del karate) si muove armonicamente, consente alle variazioni avvenute a livello interiore, di manifestarsi anche a livello pratico; nei pensieri, nelle reazioni e nelle azioni.

Per certi aspetti e in certe funzioni, il funzionamento del cervello umano, può essere paragonato allo schema di funzionamento di un elaboratore elettronico;

Gli elementi necessari a far funzionare un computer sono gli input (dati in ingresso), i programmi, che corrispondono all’insieme di codici e regole che elaborano i dati inseriti e gli output (risultati in uscita) risultanti dall’elaborazione.

Nell’uomo gli input sono costituiti da tutti i messaggi recepiti, i programmi sono le convinzioni radicate e gli output sono i comportamenti.

Le convinzioni radicate sono, in genere, l’insieme di convinzioni derivanti dall’educazione o da esperienze personali.

Tutto questo contribuisce a creare l’auto immagine; l’idea globale che ogni individuo ha di se stesso.

Un importante obbiettivo del karate è di fornire a chi lo pratica, la conoscenza dei principali meccanismi cerebrali che regolano gli schemi comportamentali attraverso l’auto disciplina, che utilizza come veicolo di conoscenza il livello più concreto dell’individuo: il corpo.

Come ben sappiamo il termine "KARATE" significa mano vuota, ma se analizziamo più dettagliatamente il significato di quello che quest’arte marziale vuole trasmettere, è il raggiungimento dello stato del MU-SHIN (mente vuota).

Lo stesso Bodidharma (monaco indiano che introdusse in Cina le Arti Marziali) aveva capito l’importanza della pratica costante e continua di alcuni movimenti, similari a tecniche di base del karate, in una forma di combattimento che egli chiamò "ekkinkyo".Questo non era solo uno strumento di difesa e di accrescimento fisico, ma essenzialmente era il mezzo per raggiungere stati psicologici e mentali difficilmente raggiungibili. :

"Si predica la dottrina per lo spirito, ma lo spirito e il corpo sono all’origine una cosa sola e non possono essere separati".

La pratica del karate consente di accedere a moltissimi meccanismi psicofisici che sono alla base del funzionamento del nostro organismo.

Quando ci accingiamo a fare kumite attiviamo un processo legato al primario istinto di conservazione che il cervello mette in atto quando vede minacciata in qualche modo l’incolumità fisica, istantaneamente il sistema endocrino immette in circolo epinefrina, norepinefrina ed una certa quantità di endorfine, i primi due sono precursori dell’adrenalina, ormone che aumenta immediatamente il ritmo cardiaco, la pressione sanguigna ed accelera la respirazione, allo scopo di produrre e mettere a disposizione dell’organismo una grande quantità di sangue ossigenato di cui hanno bisogno i muscoli per sostenere la violenta spesa energetica necessaria per affrontare o sfuggire dalla situazione di pericolo.

Le endorfine invece sono anestetici naturali, una sorta di droghe che rendono praticamente quasi insensibili al dolore.

Ciò permette di combattere molto più forte di quanto si creda possibile, oppure di correre molto più velocemente di quanto si possa pensare.

Al riguardo voglio citare alcuni esempi.:

Qualche anno fa durante un corso di bagnino di salvataggio il mio istruttore ci diede spiegazione di come non bisogna essere precipitosi nel prestare soccorso ad una persona che sta annegando, e a conferma di questo, ci mostrò quattro cicatrici rotonde sul dorso dell’avambraccio che egli si era procurato avvicinandosi incautamente ad una signora in pericolo che, dalla forza disperazione, lo trafisse con le dita della mano.

Lo stesso M° Jorga più volte ha detto che il campione del mondo di salto in lungo non è l’uomo che ha vinto le Olimpiadi ma bensì è un uomo che saltò una rupe poiché inseguito da un leone che voleva mangiarlo.

Oppure della madre che, dopo un incidente stradale, sollevo la vettura sotto la quale era imprigionato il figlio, con la sola forza delle braccia.

Al di là di questi esempi però, non sempre l’effetto psicofisico che interviene in situazioni di pericolo è ben sopportato da individui non allenati, poiché viene a mancare, a causa della vasocostrizione prodotta dall’adrenalina e del cospicuo afflusso di sangue ai maggiori gruppi muscolari, buona parte della sensibilità nelle mani e nei piedi, e può addirittura risultare impossibile effettuare tecniche motorie semplici come camminare o chiamare aiuto.

Per cui questo meraviglioso meccanismo di autodifesa che tutti possediamo naturalmente, può essere totalmente inutile.

Difficilmente però questo avviene a chi pratica karate poiché sviluppa capacità istintive di straordinaria efficacia.

La "memoria delle tecniche" infatti non risiede nella mente, ma nei muscoli. Attraverso un alto numero di ripetizioni dello stesso movimento finiamo con il condizionare il nostro corpo a dare una immediata risposta ad una particolare situazione percettiva, quindi le tecniche vengono applicate istintivamente senza che sia coinvolta la mente cosciente.

L’insieme di tutti i sistemi e apparati dell’organismo costituiscono una macchina perfetta; ossia il corpo umano.

In esso ogni funzione, da quella elementare a quelle più articolate e complesse, è coordinata dal sistema nervoso centrale.

Qualsiasi tipo di attività fisica, dal semplice movimento alla realizzazione di abilità più complesse, ha bisogno, per poter essere prodotta, di un enorme numero di reazioni interiori, tra cui una certa dose di energia nervosa.

Il semplice gesto di sollevare una mano, prima di poter essere realizzato, ha bisogno che un atto di pensiero " intenzione ", stimoli le aree cerebrali motorie.

Quanto più l’azione è complessa tanto più maggiore dovrà essere l’energia nervosa che raggiungerà i tessuti muscolari.

Se il movimento è spontaneo l’azione non sarà più elaborata ma automatica.

Osservando un bambino di pochi mesi di vita ci si rende conto che egli è inabile in qualsiasi attività motoria; camminare parlare ecc .

Lo stesso bimbo, a soli tre anni, avrà raggiunto un numero incredibile di abilità fisico motorie.

Alla base di ogni attività appresa, esistono dei processi di automatismi delle abitudini, queste costituiscono il processo attraverso cui è possibile passare da uno stadio di incapacità ad uno di abilità.

Infatti, ogni qualvolta che un individuo decide di imparare a fare qualcosa di nuovo il cervello usa i cinque sensi per come sensori che raccolgono e gli trasmettono tutte le informazioni utili per conoscere la situazione; sulla base degli stimoli percepiti, vengono messe in atto una serie di azioni.

La risposta automatica del gesto fisico ad uno stimolo esterno o interno passa attraverso due fasi; nella prima il movimento dovrà necessariamente essere elaborato con tempi medio lunghi, nella seconda fase la ripetizione del gesto fisico fisserà nella memoria le reazioni nervose necessarie all’automaticità del movimento.

Questi automatismi o riflessi automatici condizionati vennero per la prima volta studiati dal neurofisiologo sovietico (Ivan Pavlov ) che attraverso vari sperimenti riuscì a definire gli automatismi (risposta automatica, non pensata, ad uno o più stimoli esterni o interni) e a definire una formulazione:

Stimolo(esterno o interno) + Azione + Ripetizione "in un arco di tempo di 21/28 giorni" rende la riposta automatica "abitudine".

Quando l’organismo è sollecitato da uno stimolo psicofisico si ha una risposta fisiologica (accelerazione adrenalinica), che, viene canalizzata e controllata, permettendo cosi’ un’analisi dello stimolo più ponderata.

Nell’autodifesa "Goshindo" se la risposta ad un attacco fosse elaborata mentalmente fra più soluzioni possibili impiegherebbe un tempo troppo lungo se paragonato alla velocità degli atti offensivi.

Poiché il nostro cervello non è in grado di pensare a più di una cosa o massimo due per volta, mentre la preparazione media di un karateka richiede l’applicazione corretta di circa un centinaio di movimenti diversi.

Ecco perché le filosofia del combattimento e dell’autodifesa parla di "non mente" o di "non pensiero".

L’accelerazione adrenalinica non ha tuttavia solo effetti puramente fisici, ma aumenta notevolmente anche la velocità dei processi mentali di tipo percettivo, si può avere infatti l’illusione che gli eventi si susseguano a rallentatore.

A tutti sarà infatti capitato di vivere una situazione drammatica che nonostante la breve durata abbia dato l’impressione di non finire mai, in quanto la nostra più rapida percezione degli avvenimenti falsa il nostro concetto temporale.

Ma anche in questo i praticanti di arti marziali sono avvantaggiati, poiché il continuo cambio di compagni di allenamento porta ad un naturale adeguamento delle proprie azioni istintive.

Non ci si può infatti difendere correttamente da un attacco prima che questo non sia portato fino ad un certo punto (se no sen), o dopo che abbia raggiunto la sua efficacia (go no sen);

quindi in una qualsiasi tecnica la scelta del tempo non può essere fatta a priori, ma deve coincidere con il momento migliore di applicazione che dipende in gran parte dalla velocità di movimento dell’avversario, che, essendo esterna alla nostra volontà ci costringe ad un continuo adeguamento dei nostri movimenti.

Perciò è facile comprendere come la pratica del karate porti un individuo ad avere il controllo non solo dei processi consci ma anche di quelli che per la maggior parte degli uomini sono totalmente inconsci.

E se la pratica e corretta e l’applicazione è costante si può anche ottenere di più, e cioè la capacità di scatenare volontariamente i processi mentali automatici come preparare nel tempo infinitesimale il proprio corpo e la propria mente a compiere gesti di notevole potenza, velocità e precisione.

Ora vedremo di analizzare più dettagliatamente gli elementi che intervengono nelle situazioni di pericolo, e in quale modo il karate può rappresentare un ottimo strumento di controllo.

La paura è un elemento che influisce notevolmente sulle nostre azioni difensive ossia la reazione di ogni essere umano di fronte ad un pericolo, che attiva le capacità difensive dell’individuo elevandone al massimo la vigilanza.

E’ uno straordinario campanello di allarme che mette tutto l’organismo in condizioni tali da poter fronteggiare una situazione di pericolo.

Si tratta di un complessa combinazione fra diverse componenti reattive del sistema di sopravvivenza dell’essere umano.

Nel momento in cui ci si rende conto del pericolo la pressione sanguigna aumenta, il cuore batte più rapidamente, aumenta la sudorazione ed il respiro diventa più frequente, in quel momento la riflessione psichica fra l’inizio del segnale di allarme e la reazione, avviene in un tempo brevissimo, è durante questo pur breve periodo che si raccolgono le forze fisiche ed energetiche dell’organismo.

Tuttavia, se la paura supera un certo livello, diminuisce la capacità di reazione razionale; in questo caso la paura non aumenta la vigilanza ma rischia di bloccarla.

Però l’abitudine e l’esperienza possono ridurre notevolmente la sensazione di angoscia rendendo possibili azioni sensate.

Come viene comunicato lo stato di paura e attivato il sistema di allarme ?

Gli organi sensori comunicato lo stimolo di pericolo alla corteccia celebrale.

Nella corteccia celebrale ha luogo il riconoscimento del pericolo attraverso esperienze personali ed istinti innati.

La decodifica del segnale di pericolo produce stimolazioni a livello dell’ipotalamo ed ad una parte del diencefalo

Le emozioni vengono comunicate ad una ghiandola presente alla base del cervello (ipofisi).

Questa ghiandola immette nel flusso sanguigno l’ormone acth (ormone adrenocorticotrope) che, captato dalla corteccia surrenale, reagisce espellendo degli ormoni (soprattutto adrenalina)

Questi ormoni attivano il sistema neurovegetativo (ipotalamo).

Lo stato di attivazione dell’organismo è nuovamente comunicato al cervello nella formazione reticolare (alla base del cervello) che invia impulsi alla corteccia cerebrale che a sua volta viene posta in stato di allerta ossia in uno stato di percezione sensoriale molto elevato.

 

 

 

 

 

Analizzando il processo innescato in fase di pericolo è facile intuire come vengono attivati tutti gli organi e come sia difficile ed indispensabile saper controllare le proprie emotività "autocontrollo"

 

Questa capacità inizia a svilupparsi dai sei a dieci anni, al disotto di questa età la mancanza di maturità autodifensiva è compensata dal controllo e dalla protezione dei genitori .

 

Nelle situazioni di emergenza la nostra aggressività può aumentare fino a compromettere azioni sensate ed è per questo motivo che l’autocontrollo deve essere esercitato sulla reazione difensiva impulsiva, per poter trarre maggiori vantaggi e consentire un efficace e successivo adattamento.

L’autocontrollo deve regolare sia le decisioni limitative (non fare) che quelle impulsive (fare) evitando sia la perdita di controllo che l’eccessivo controllo.

Nel karate e in special modo nel Fudokan un elemento, legato all’autocontrollo, che riveste importanza fondamentale è l’atteggiamento mentale positivo "zanshin" perché permette di raggiungere e ottenere determinati obbiettivi:

Maggiore capacità di adottare atteggiamenti equilibrati ed intelligenti di fronte a diverse situazioni emotive, elaborando risposte valide.

Maggiore conoscenza della propria identità personale, portando l’individuo ad una maggior fiducia e sicurezza delle proprie capacità.

Adeguato equilibrio emotivo in particolari situazioni di stress e depressione

Maggiore integrazione sociale.

Maggior controllo sull’ambiente.

Risulta evidente che attraverso la pratica del karate si acquisisce una conoscenza maggiore dei propri limiti e delle proprie possibilità; è quindi possibile imparare a controllare le proprie emozioni in modo da far sparire elementi disgreganti e negativi quali la paura e la collera sfruttando al massimo le capacità intellettuali.

Ovviamente questo atteggiamento porterà il praticante ad affrontare meglio e con più serenità le situazioni di stress e, influire positivamente su tutti gli elementi organici quali apparato digerente e sistema immunitario

Come ben sappiamo la preparazione completa di un praticante è costituita da tre elementi;

preparazione fisica

preparazione tecnica

preparazione psicologica.

La preparazione fisica riveste un ruolo fondamentale non trascurabile però ora analizzeremo le altre due tipologie:

La preparazione tecnica o tattica è un elemento importante e fondamentale per gli sport da combattimento quali il karate e dipende non solo dalle capacità psicologiche dell’atleta ma anche dalla preparazione tattica al combattimento.

Per il raggiungimento di una corretta esecuzione di una tecnica, si affronta un processo che passa da queste fasi :

fase percettivo sensoriale nelle quale si prende coscienza dell’azione dell’avversario

fase di codifica

fase di analisi ed elaborazione del problema

fase di decisione ed esecuzione pratica di una risposta

In questo processo ovviamente non vanno scordati il fattore ambientale e mentale dell’atleta in quel momento.

Quindi la capacità di previsione ,l’autocontrollo ,l’aggressività, il livello intellettuale e il rilassamento sono fattori determinanti e decisivi per il raggiungimento di una tecnica efficace.

Come abbiamo accennato la reazione ad uno stimolo in fase di combattimento dipende dalla velocità del pensiero operativo, che può essere distinto in due tipologie:.

Il pensiero strategico consiste nel decidere all’inizio di adottare un certo sistema offensivo e difensivo, e si aspetta il momento opportuno per usarlo.

Il pensiero tattico (comunemente chiamato intuizione) consiste nel pensare ad una sequenza di immagini, che, tramite l’esperienza, permette di prevedere in anticipo lo sviluppo di determinate situazioni, quindi non si ha nessun piano prestabilito ma si agisce in base alla situazione.

Il tempo di reazione può essere cosi’ distinto in tre fasi :

Percezione della situazione.

Soluzione mentale.

Soluzione motoria

 

La soluzione motoria può essere di tre tipi:

Sistema rigido; nel caso non si conosca l’avversario bisogna avere capacità di adattamento sufficienti alla difesa, e l’attacco che deve essere sicuro e rigido.

Sistema di adattamento; nel caso si intuiscano i cambiamenti dell’avversario, è quindi possibile mantenere il sistema difensivo, (il tempo di reazione "tempismo" è l’elemento determinante per raggiungere un contrattacco efficace).

Sistema alternativo; quando si conoscono i margini di probabilità, la difesa deve essere tenuta rigida e gli attacchi devono essere di adattamento.

Molto spesso capita che la complessità di alcuni movimenti e combinazioni tecniche (kata) sia così elevata che non basta allenare il corpo ma si richieda un allenamento mentale notevole, in modo da rinforzare efficacemente e rapidamente i meccanismi stimolo/risposta impostati con l’allenamento reale.

Al riguardo voglio citare un esperimento fatto negli anni 70 in USA:

Vennero formate tre squadre di pallacanestro, tutte con giocatori non professionisti, e portate nel medesimo campo, ad ognuna delle tre formazioni vennero fatti fare un certo numero (uguale per tutte e tre) di tiri a canestro.

Successivamente, per un mese, i giocatori vennero sottoposti:

Per la squadra 1 tutti i giorni allenamento fisico sul campo.

Per la squadra 2 tutti i giorni mezzora di allenamento mentale, ossia ogni giocatore dopo essersi rilassato si visualizzava nell’esecuzione ottimale di tiri al canestro.

Ed in fine per la squadra 3 nessun tipo di allenamento.

Dopo questo periodo i giocatori vennero sottoposti alla medesima prova del mese prima, ed i risultati furono sorprendenti:

Per la squadra 1 c’era stato un miglioramento del 24% rispetto al punteggio iniziale.

Per la squadra 2 del 23%.

E per la squadra 3 nessun miglioramento.

Risulta evidente che l’allenamento fisico per alcune tipologie di esercizi produce una qualità di prestazione che ha uno scarto minimo rispetto a quella ottenibile con l’allenamento mentale .

L’ideale è, ovviamente, utilizzare entrambi i tipi di allenamento cosa che risulta indispensabile per la buona riuscita di un kata o nell’esecuzione di una tecnica.

E’ importante evidenziare che, anche nella difesa da armi bianche, un praticante di karate è agevolato poiché non focalizza il proprio attacco e la propria difesa limitatamente al mezzo offensivo (pugnale bastone ecc.) come comunemente avviene, ma le sue azioni "difesa e attacco" (grazie alla tipologia di allenamento) possono essere portate con altri parti del corpo (pugno calcio ecc.) "azioni combinate".

La pratica del karate permette il miglioramento di tutte le funzioni vitali :

"Funzione motoria" miglior conoscenza dello schema corporeo esteriore, della capacità di spostamento nello spazio, della propria coordinazione motoria e dell’equilibrio; conseguentemente le risposte motorie sono più precise e rapide permettendo cosi’ un notevole risparmio energetico ed evitando atteggiamenti fisici incorretti o dannosi per l’organismo.

"Funzione sensoriale" maggior conoscenza dello schema corporeo interiore raggiungibile attraverso la concentrazione mentale ed il rilassamento l’adepto impara ad analizzare gli organi di senso, ottenendo un miglior rendimento delle proprie capacità intuitive e sensoriali.

"Funzioni intellettive" raggiungimento di una maggior conoscenza di se stessi che rende più facile il cambiamento e l’acquisizione di nuovi atteggiamenti di pensiero e, perciò, comportamentali.

Risulta evidente che l’equilibrio psicofisico determina una diminuzione dell’aggressività dell’individuo eliminando gli stati di ansia e di angustia tipici dell’uomo moderno

E’ interessante, a questo proposito, sapere che statisticamente le preoccupazioni di una persona sono del 40% per qualcosa che non accadrà mai; del 30% per cose già accadute ; del 10% della salute del 10% di cose di vario genere e di poca importanza ed infine solo del 10% per problemi effettivamente reali.

Risulta evidente quante energie psicofisiche vengono quotidianamente sprecate per preoccupazioni inutili

E se l’allenamento fisico è legato ad una attività mentale equilibrata e controllata (come nel karate), si impara ad affrontare con maggior razionalità le diverse ed impreviste situazioni, alle quali molto spesso è necessario reagire con immediatezza.

L’allenamento e la sollecitazione di un individuo a particolari situazioni di stress fisico e mentale permettono di liberarsi di nevrosi o complessi inibitori.

Un altro elemento che va tenuto in considerazione nello sviluppo psicologico di un individuo è la sua età cronologica che può essere divisa in quatto periodi:

Infanzia dai 6 ai 10 anni

Adolescenza dagli 11 ai 18 anni

Gioventù dai 19 ai 30-35 anni

Maturità dai 35 anni in su

In queste fasi, la risposta fisiologica e psichica di un individuo allo stesso stimolo, è diversa; gli elementi che sono influenzabili dalla pratica del karate (a seconda delle fasce di età) sono:

Evoluzione psicologica ossia assimilazione e adattamento dell’individuo ai nuovi stimoli

Evoluzione della vita relazionale e comunicativa; maggior capacità di esternazione comunicazione e integrazione sociale.

Evoluzione somatica (muscolare e scheletrica)

Nell’infanzia e all’inizio dell’adolescenza ovviamente lo sviluppo somatico sarà predominante, ed è in questa fase che l’allenamento (organizzato anche sotto forma di gioco) non solo rafforza il corpo ma permette l’apprendimento di tecniche in modo logico e coerente, favorendo lo sviluppo mnemonico immaginativo e riflessivo.

Inoltre è in questa fase che un ambiente, con regole comportamentali ( fermezza rispetto educazione ) diverse dalla vita quotidiana (famiglia e scuola) permettono all’adolescente di liberarsi di inibizioni e di adattarsi ad ambienti diversi contribuendo alla formazione del carattere in modo equilibrato determinato e razionale.

E’ importante evidenziare, che è proprio in questo periodo della vita che gli interrogativi e le incertezze sono determinanti per l’integrazione positiva nella società e nella vita relazionale e per stabilire quindi dei punti fermi e sicuri.

Nella fase della gioventù l’individuo non solo raggiungere il massimo delle potenzialità e capacità fisiche ma migliora l’autocontrollo e la fiducia nelle sue capacità permettendo cosi’ di mantenere dello posizioni di equilibrio anche in situazioni di stress tipiche della vita quotidiana (lavoro famiglia ecc.).

Nell’ultima fase della vita oltre ovviamente ai benefici fisici apportati durante gli anni di allenamento che ritardano il processo di invecchiamento (si parla di un anno in più di vita ogni quattro anni di pratica), si avranno miglioramenti tecnici derivanti dalle esperienze acquisite, e cosa molto importante, si raggiungerà concentrazione e rilassamento.

E’ In questa fase che la pratica permette cosi’ di disintossicarsi dai problemi quotidiani, permettendo maggior serenità psicologica.

Tra le varie attività fisiche a nostra disposizione, il karate è sicuramente una delle più complete attività motorie; e qui a seguire, vorrei descrivere come sfruttare al massimo quello che può dare:.

La forza la velocità la coordinazione e l'equilibrio del movimento sono gli elementi di base per fare del karate qualcosa di più che una semplice prestazione fisica; associati ad alcune indicazioni, essi possono portarci verso una maggiore conoscenza del nostro corpo, della nostra mente e del nostro io più profondo, verso l'incontro con la nostra identità più autentica e libera.

Prima di ogni altra cosa il karateka deve imparare a rilassarsi e lasciare andare ogni tensione, turbamento e distrazione (deve lasciare a casa le preoccupazioni, gli impegni e le scadenze); e prendere la decisione di allenarsi con diligenza.

Per tutta la durata dell'allenamento bisogna cercare di osservare e percepire ogni parte del nostro corpo; come poggia ciascun piede, come muoviamo le braccia, come teniamo il capo o la schiena e come respiriamo.

Questa autoanalisi ci permetterà di sentire e correggere i nostri difetti

Per quanto riguarda la frequenza, gli allenamenti andranno ripetuti, possibilmente, più volte alla settimana, protraendosi per il tempo necessario alla completa esercitazione (taisho kyhon kata o kumite).

A questo proposito vale la pena fare una piccola precisazione. La costanza è naturalmente un elemento importante, ma non va confusa con l'abitudine, la prima va intesa come un esercizio attivo e creativo del proprio tempo, in funzione di un risultato interessante e perciò desiderato e piacevole; l'abitudine è invece essenzialmente passiva e svincolata dalla volontà.

Questo non vuol dire, ovviamente, che la seconda sia qualcosa di negativo, da evitare, sono due strumenti diversi, ciascuno utile in un contesto adatto.

Per tale motivo che gli allenamenti dei bambini vanno impostati (sotto forma anche di gioco) diversamente da quelli degli adulti.

E’ necessario quindi che il karateka non scivoli nell'automaticità dell'abitudine, ma si applichi costantemente, sviluppando perciò volontà e presenza mentale.

Il karate è davvero uno strumento straordinario per prendere consapevolezza di se' stessi, per sperimentare uno stato di vitalità e gioia, per contattare la nostra creatività, per cambiare in meglio la nostra vita.

Può offrire le condizioni ideali per meditare; l’applicarsi nell’esecuzione dei fondamentali (kyhon) e nei kata, infatti, tiene occupata la parte critica e razionale della nostra mente (che diversamente, nella posizione statica, si impegna ad elaborare pensieri disturbanti da ansie e preoccupazioni).

L'osservazione attenta e consapevole di quest’arte marziale, si rivelerà ben presto utile per cambiare atteggiamenti, idee o pensieri errati o comunque non vantaggiosi per il nostro benessere.

La nostra accresciuta capacità di osservazione dipende dal fatto che durante l’allenamento ci discipliniamo a non fare altro, anzi, finalmente non ci occupiamo di qualcosa o di qualcuno, ma possiamo semplicemente 'essere'.

Scopriamo, con il tempo, che, durante l’allenamento di karate, la nostra mente e il nostro corpo tendono a muoversi all'unisono.

Possiamo fare la prova di ciò aumentando e diminuendo i ritmi di esecuzione di un kata o cambiando compagni nel kumite; ad ogni variazione la mente risponderà in maniera diversa.

Naturalmente è importante che questa ricerca ci faccia star bene, altrimenti sarà meglio dedicarci ad un altro tipo di strumento per raggiungere il fine di migliorare.

Quest’arte nonostante non abbia più ragione di essere applicata nella vita comune serve a sconfiggere i nostri blocchi fisici e mentali

Il vantaggio di cui si gode attraverso il karate, come pratica di ricerca su noi stessi, è che ci costringe a vivere nel presente; quando ci accingiamo ad eseguire movimenti complessi è facile eseguire una combinazione di tecniche istintive (senza pensarle).

Ciò vuol dire che la mente può espandersi e facilmente la teniamo in uno stato di consapevolezza rilassata. Sperimentiamo lo stato in cui la mente è vigile e il corpo è in grado di reggere lo scatto, entrambi pronti a reagire in caso di pericolo. C'è insomma uno stato di distacco e insieme di totale immersione rispetto alla realtà circostante.

La conseguenza sarà una elegante armonia del movimento, perchè muovendoci accordiamo il nostro essere ai cicli e ai ritmi biologici della più totale realtà.

Come in ogni forma di meditazione, anche con il karate scopriamo che ampliamo la nostra coscienza, intesa come quello spazio che cerca di farsi largo tra un pensiero e l'altro , è il nostro io più profondo e quindi meno costruito e artificioso; è ciò che alcuni chiamano energia ed altri anima.

Comunque la si chiami è qualcosa che ci sostiene, che ci fa diventare persone più o meno forti, a seconda di quanto riusciamo a percepirla.

Quando portiamo avanti la ricerca alla via del karate portiamo anche avanti la crescita personale.

Nel karate occorre tenere conto anche di una serie di modificazioni chimiche che si producono nel corpo per effetto del movimento, di cui la meditazione ci rende più profondamente consci.

Non è possibile prevedere precisamente quali sensazioni vivremo: ciascuno avrà le sue, legate alla propria natura ed esperienza.

Generalmente si affrontano per prime le proprie paure. Il karate, come meditazione dinamica, ci aiuta a superarle. Il nostro corpo mette automaticamente in atto le risposte chimiche allo stress e quindi ci sentiamo particolarmente felici e perciò meno attaccabili da sentimenti negativi.

Anche le immagini mentali o i pensieri e quello che ha generato la paura verrà abbandonato e sostituito prima ancora che la mente se ne accorga.

Lo stato di meditazione, d'altra parte, ci conduce più in profondità dentro di noi, mettendoci a contatto diretto con le nostre paure e insegnandoci a non fuggirle bensì a superarle.

Il movimento allora ci mette a conoscenza in maniera più rapida, diretta, quasi violenta degli "strati" della nostra vita, che si sono accumulati nel tempo.

Esiste un'intima connessione tra il pensiero e la respirazione, e tra questa e il movimento. Dopo aver osservato il proprio respiro è facile imparare a controllarlo, a gestirlo al meglio e perciò ad affaticarsi molto poco.

Inoltre anche la gestione del pensiero e la concentrazione aiutano a mantenere il livello della respirazione al minimo delle necessità e quindi a sprecare meno energie.

Durante il l’allenamento psichico si può notare anche, osservandosi, come cambia la respirazione al variare delle emozioni: un'emozione di paura, ad esempio, fa aumentare il ritmo della respirazione e il battito cardiaco.

Il karate agisce su due livelli: risponde all'allarme che ha generato l'emozione, soddisfacendo così l'istinto, poichè l'emozione è essenzialmente un impulso ad agire; insegna poi a controllare e a gestire le emozioni intervenendo sulla respirazione, che viene sollecitata dal movimento.

Concentrandoci sulla espirazione e soffiando con forza l'aria dai polmoni, possiamo riprendere possesso dello stato di calma e di consapevolezza. Si tratta, in un certo senso, di una serie di verifiche incrociate.

Durante il programma di allenamento, e a causa di questo, si determinano delle trasformazioni nell'umore: il karate provoca gioia, entusiasmo, vitalità; tendiamo inoltre a conservare questi stati d'animo per molto tempo anche dopo l'allenamento.

E poichè la nostra mente tende a ripetere più spesso gli stati emotivi vissuti intensamente, ci sentiamo gioiosi e vitali anche nei giorni seguenti, senza un motivo apparente.

Creiamo così un piacevole 'circuito' mentale, una memoria da richiamare nei momenti di tristezza e da rinforzare continuamente. Tale stato di benessere si verifica non solo per motivi strettamente chimici, ma anche psicologici:

il karate ha un effetto appagante, gratifica e rafforza il carattere, perché siamo consapevoli di fare qualcosa di impegnativo e possiamo stabilire degli obiettivi.

Inoltre ha un effetto particolarmente efficace nello sviluppo della volontà, perchè la costanza e l'impegno devono essere notevoli prima di avere qualche risultato e poter vincere la pigrizia.

Con il passare del tempo il karate sviluppa anche la nostra capacità creativa. Essa si manifesta in sequenze di immagini o in idee improvvise (applicazioni di tecniche), che sorgono spontaneamente nella nostra mente, mostrando intuizioni, ricordi e fantasie.

Tale capacità è preziosissima e vale la pena incrementarla ulteriormente, per utilizzarne tutti i benefici e numerosi effetti.

Ma c'è di più. Esiste infatti uno stretto nesso tra pensiero-movimento-azione. Spesso siamo portati a pensare, ma l'azione tarda a seguire.

Il karate inverte i due termini: l'azione precede il pensiero, lo mette in moto, perchè noi stiamo già 'agendo'. La mente riceve stimoli diversi: idee, ricordi, ma anche colori, suoni, odori resi più incisivi perchè siamo in movimento, poichè la nostra mente non distingue tra azione pensata e compiuta, durante l’esecuzione di una tecnica o di un kata è facile che immaginiamo di vederci, come in un film di cui siamo gli attori protagonisti, compiere quell'azione che esitiamo a porre in essere.

Sfruttiamo cioè il potere della visualizzazione reso dinamico: muovendoci, è come se andassimo più in fretta verso l'esecuzione dell'azione, è come se avessimo già cominciato ad agire. In fondo, è proprio ciò che stiamo facendo, perchè la mancanza di azione è per lo più mancanza di esercizio all'azione.

C'è un altro aspetto vantaggioso nel karate da considerare.

Sicuramente è molto appagante e piacevole allenarsi in compagnia, e permette di reggere più a lungo lo sforzo dell'allenamento, crea dei legami molto forti con i propri compagni e facilmente c'è un travaso di energia e di pensieri che rende il percorso molto stimolante.

Tuttavia è importante riservare delle giornate di allenamento nel karate da soli, anche la solitudine ha degli effetti positivi importanti non altrimenti raggiungibili.

Capita raramente di stare soli con noi stessi e il karate è un'occasione da sfruttare.; se siamo soli, spesso siamo più seri e questo è importante in ogni disciplina. Con un atteggiamento serio, esprimiamo infatti il nostro interesse, ma anche la nostra umiltà e disponibilità a comprendere..

Siamo più liberi di seguire i feed-back della nostra mente e fare gli esperimenti su di noi.

Tutto quello che apprendiamo durante l’allenamento è prezioso e quindi è un vero peccato non utilizzarlo nella vita quotidiana; è molto facile, una volta appresa la tecnica, ripeterla anche da fermi e mantenere così la consapevolezza e la percezione di noi stessi.

Con il tempo saremo capaci di rilassare il nostro corpo e quindi a recuperare energia, ma anche a restare vigili e attivi. Quelle stesse occasioni che prima ci sembravano una perdita di tempo, diventeranno un'occasione in più per fermare il tempo e ricentrare l'attenzione sulla nostra persona.

Nella nostra società sono poche le occasioni di sperimentare il potere del karate. In passato e in altre culture il karate è stato un modello di vita, di crescita ed evoluzione.

E’ molto di più che un semplice esercizio ginnico: è uno strumento valido per attingere forza, idee, benessere; il karate è sicuramente una miscela di fisicità, emozionalità, razionalità e spiritualità.

 

 

Riferimenti bibliografici:

Pensa positivo - William Glasser - TEA

Psicosintesi terapeutica - Roberto Assagioli

Psicocibernetica - Maxwell Matz - Astrolabio

Psicologia dello sport - Marco Chisotti