S T O R I A

 

FILOSOFIA

 

DIDATTICA   

 

Stesura per c.so All/Istr/Maestri A.I.Ka.F.

Relatore:    M° Francesco Palandri

Revisore:    M° Michele    Julitta

anno  2000

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Il vero Karate-Do é : allenare la mente  il corpo e lo spirito dell'umiltà nella vita quotidiana e nelle occasioni critiche servire la causa della giustizia"

 

                                                                           Gichin Funakoshi

 

 

 

 

 

 

"Shoshin O Wasurezu"

Durante l'allenamento abbi sempre lo spirito e l'umiltà di un principiante.

 

                                                                           Gichin Funakoshi

 

 

 

"A che serve un maestro?", chiese un tale.

Rispose il discepolo:"A insegnarti ciò che hai sempre saputo, a indicarti ciò che hai sempre guardato".

Poiché ciò confuse il visitatore, il discepolo esclamò:

" Un artista con i suoi dipinti, mi ha insegnato a vedere il tramonto.

Il maestro con i suoi insegnamenti, mi ha insegnato a vedere la realtà di ogni momento".

"Quando il cielo sta per conferire un alto incarico ad un uomo, prima amareggia il suo cuore a questo scopo, lo obbliga a sforzare le ossa ed i legamenti, gli fa soffrire la fame, gli infligge desiderio e povertà e confonde le sue imprese.

In questo modo stimola la sua volontà, tempra la sua natura e lo fa pertanto capace di portare a termine ciò che altrimenti sarebbe stato incapace di fare"

 

                                              Mencio (Filosofo confuciano)

 

 

                  

 

EKKINKYO

 

 

Si predica la dottrina per lo spirito, ma lo spirito e il corpo sono all'origine una cosa sola e non possono essere separati.

A chi vi veda ora appare chiaro che il vostro spirito, proprio come il vostro corpo, é debole e affaticato e che quindi non potete raggiungere il fine della ricerca. Per questo v'insegno un metodo (Ekkinkyo) con cui vi consiglio di accrescere la capacità del vostro corpo. fatto ciò, cercherete di raggiungere l'essenza della dottrina.

 

                                                     

 

                                                                                            Bodhidharma                  

       

          

 

D O J O  K U N

 

1 - Hitosu Jinkaku kansei-ni tsutomuru koto

2 - Hitosu makoto no michi o mamoru koto

3 - Hitosu Doryoku no seishin o yashinau koto

4 - Hitosu reigi o omonzuru koto

5 - Hitosu kekki no yu o imashimuru koto

 

 

 

 

                 

 

 

LE CINQUE REGOLE DEL KARATE

 

 

1 - Cerca di perfezionare la tua anima

     (Il karate é mezzo per migliorare il carattere)

     (Dobbiamo cercare un costante perfezionamento interiore)

2 - Cerca di fare le cose giuste al servizio del bene

     (Il karate é via di sincerità)

     (Dobbiamo agire secondo giustizia e con rettitudine)

3 - Cerca di allenarti con grande costanza

     (Il karate é mezzo per rafforzare la costanza dello spirito)

     (Dobbiamo impegnarci con assidua costanza)

4 - Cerca di comportarti cavallerescamente

     (Il karate é via per imparare il rispetto universale)

     (Dobbiamo agire con il massimo rispetto degli altri)

5 - Cerca di non reagire anche se sei provocato

     (Il karate é via per acquistare l'autocontrollo)

     (Dobbiamo riuscire a controllare i nostri istinti)

 

 

 

 

LE REGOLE D'ORO DEL KARATE

DI

GICHIN FUNAKOSCHI

 

  1 - Il karate comincia e finisce con il saluto.

  2 - Il karate non va usato senza ragione.

  3 - Il karate non può praticarsi che con un sentimento di giustizia.

  4 - Chi pratica karate deve essere interiormente umile e gentile verso gli altri.

  5 - Il karate non si pratica solo in palestra.

  6 - La pratica del karate é l'impegno di tutta una vita.

  7 - Trattare ogni problema con lo spirito del karate.

  8 - Il karate é come l'acqua bollente:se non lo si tiene ad alta temperatura si raffedda.  

  9 - Il peggior difetto degli studenti di karate é l'indecisione.

10 - Non pensate tanto a vincere quanto a non essere vinti.

11 - L'intuizione nasce dalla tecnica.

12 - Lo scacco nasce dalla negligenza.

13 - Non lasciate vagabondare il vostro spirito.

14 - Modificate la vostra attitudine in funzione del vostro avversario.

15 - Non dimenticate di considerare tre fattori: forza, statura e livello tecnico.

16 - Il segreto del combattimento consiste nell'arte di dirigerlo.

17 - Le vostre mani e i vostri piedi colpiscano come spade.

18 - Quando attraversate la soglia della vostra porta diecimila nemici vi attendono.

19 - I kata devono venir praticati in maniera corretta. In combattimento reale i loro movimenti si adatteranno alle necessità.

20 - Approfondite senza posa il vostro pensiero.

21 - Conoscete voi stessi prima di cercare di conoscere gli altri.

22 - Senza cortesia l'essenza del karate é persa. La cortesia va praticata non solo durante l'allenamento, ma in ogni momento della vita quotidiana.

23 - Il vero karate internamente allena la mente ad avere una chiara coscienza di ogni cosa, esternamente sviluppa, attraverso le tecniche, una grande forza. nel vero karate la mente e la tecnica devono diventare una sola cosa.

24 - Gli occhi non devono perdere la minima occasione.

25 - Le orecchie devono ascoltare bene in tutte le direzioni.

26 - Conosci il nemico e conosci te stesso: in cento battaglie non sarai mai in pericolo.

Se conosci te stesso, ma non il nemico, le tue probabilità di vincere o di perdere sono pari.

Se non conosci né il nemico né te stesso, in ogni battaglia sarai in pericolo.

27 - Vincere cento battaglie su cento non é mai la più grande abilità; questa consiste nel vincere il nemico senza combattere.

28 - Una volta che abbiate deciso di battervi per difendere la causa   della giustizia. buttatevi col coraggio espresso nel detto:" Anche contro cento milioni di nemici, avanti!"

29 - Chi veramente capisce il karate non si lascia mai trascinare facilmente in un combattimento.

Un solo colpo può essere una questione di vita o di morte.

30 - L'arte non fa l'uomo, é l'uomo che fa l'arte.

31 - Chi studia il karate non deve ricercare solamente la perfezione tecnica.

 

 

 

 

JU KUN

     (10 precetti)

 

 

 

Il karate non deriva solo dal Bushi-do e quindi con matrice Buddhista e Zen, ma l'origine é Cinese ed andando ancora più indietro é indiana.

La parola Kara-te, significa "mano vuota", o anche "mano cinese".

I dieci precetti di ITOSU YASUTSUNE, sono interessanti dal punto di vista tecnico ed anche per comprendere il cambiamento che in quel periodo (1900) stava avvenendo; pochi anni dopo Gichin Funakoshi ebbe la prima esperienza d'insegnamento in Giappone.

 

1 - Il karate non é ginnastica,  mira a potenziare le qualità dell'uomo. Non deve essere impiegato per fini egoistici, ma solo per il bene di tutti, altrimenti si commetterà reato. Può essere utilizzato per difesa personale, ma comunque mai per uccidere.

Ogni kata comincia con una parata per esprimere questo spirito.

2 - L'allenamento rinforza il fisico, trasforma in pietra muscoli e ossa, in armi i piedi e le mani. E' importante cominciare la pratica fin da giovane età, per trasformare il corpo e così quando sarete soldati potrete impiegare le tecniche contro il nemico.

3 - Il karate non può essere compreso immediatamente, ma praticando ogni giorno almeno due ore, costantemente; dopo tre o quattro anni si vedranno dei risultati.

4 - Mani e piedi si formano al makiwara. La tecnica di pugno sarà ripetuta ogni giorno 200 volte per braccio, rilassando la spalla, col petto aperto, colpendo con forza. Il corpo deve essere tenuto con i piedi fissi al suolo, facendo forza col "TANDEN".

5 - Il corpo mantiene diritta l'anca, erette le spalle, forti i piedi, premendo il KI nel TANDEN, con la sensazione di schiacciarsi verso il suolo.

6 - In ogni allenamento bisogna comprendere il significato delle tecniche e degli spostamenti, senza trascurare nulla. Ogni attacco offre diverse possibilità di difesa che vanno comprese prima di essere messe in pratica.

7 - Dovete capire bene la differenza tra movimenti che mirano allo sviluppo fisico e le tecniche vere e proprie.

8 - Lo spirito che pervade l'allenamento é quello del combattimento reale, come in guerra.

 Lo sguardo è quello che osserva e controlla il nemico, tanto per uke come per tori.

9 - L'allenamento eccessivo arrossa la faccia e gli occhi e questo nuoce al corpo, soprattutto se avviene regolarmente, in questo  caso occorre rilassarsi.

10 - L'esperienza di chi ha praticato il karate prima di noi conferma i benefici di un allenamento costante. Il karate allunga la vita perché migliora la circolazione e il sistema digerente. Così penso che il karate possa essere integrato tra le materie della scuola primaria, come educazione fisica dei giovanissimi.

Myamoto Musashi fu il più grande samurai del Giappone.

Il codice del samurai potrà farci ulteriormente riflettere sull'intreccio tra arti marziali, filosofia e religione.

Il  DOKKO-DO é carico delle caratteristiche del Buddismo, delle basi fondamentali delle religioni orientali. Vi sono le regole peculiari di un monastero o di una persona che cerca di perseguire la Via, l'Illuminazione attraverso l'Azione.

  

DOKKO-DO

 

  1 - Adeguarsi alle tradizioni morali e sociali

  2 - Non condurre una vita di desideri personali

  3 - Conservare l'equilibrio in ogni cosa della vita

  4 - Pensare poco a se stessi e molto agli altri

  5 - Non avere nella vita grandi desideri

  6 - Non rimpiangere nulla di noi stessi

  7 - Non invidiare il successo degli altri

  8 - Non provare pena nelle separazioni

  9 - Non nutrire risentimento verso gli altri

10 - Non amare troppo profondamente

11 - Non odiare

12 - Non costruirsi una casa troppo bella

13 - Non mangiare troppo o comunque alimenti troppo ricchi

14 - Non possedere molti abiti sontuosi o gioielli

15 - Non essere superstizioso

16 - Non spendere denaro per altra cosa che la spada

17 - Non temere la morte al servizio del maestro o in aiuto al prossimo

18 - Non possedere troppo denaro

19 - Rispettare il Buddha e gli dei, ma non pregarli, non sperare e non contare su di essi

20 - Tenere all'onore senza temere la morte

21 - Non dimenticare mai la via del samurai.  

 

DOJO KUN

    FUDOKAN

                

 

Più che delle regole é un vero e proprio giuramento da fare a sé stessi.

 

1 - Devo essere consapevole che ho scelto d'imparare il Fudokan-karate per ricevere una chiara rappresentazione su tutte le :cose.

2 - Senza qualsiasi pregiudizio sono pronto a rappresentare la giustizia e proteggere il mio prossimo.

3 - Mai sarò crudele ed arrogante

4 - Userò le mie conoscenze del karate solo se sono obbligato, ma  solo come mezzo di difesa.

 

LE REGOLE

DEL DOJO  

Comunemente in occidente il luogo dove si pratica qualunque attività fisica si chiama palestra, in oriente ha un altro significato che non dobbiamo dimenticare per non svilire il KARATE-DO in un susseguirsi di tecniche con l'unico scopo di promuovere la violenza. La tradizione impone il KARATE-GI bianco che mette tutti ad essere uguali, ed anche ad eliminare le idee politiche e religiose; si è tutti e vediamo tutti le cose alla stessa maniera, pur praticando ed assimilando in maniera soggettiva. Le regole del DOJO dovranno essere seguite da tutti, al di là del pensiero politico, religioso e della ceto sociale a cui si appartiene. E' interessante vedere in Giappone, dove la casta sociale é molto più sentita e rispettata, l'accettazione dello scambio dei ruoli. I  maestri di karate, camminando per strada, restano magari  qualche passo indietro (com'è di consuetudine in Giappone) da un altro maestro che in quel momento rappresenta socialmente una casta privilegiata, e come lo stesso maestro sul Dojo china il capo e si rimette alla disciplina degli stessi maestri (di grado più elevato nell'ambito delle arti marziali) che poco prima camminavano dietro di lui.

Non si dimentichi  mai il significato di DOJO:

Luogo in cui si insegna la "Via".

1 - Tenere sempre presente che il DOJO, oltre che palestra, é  scuola morale e culturale.

2 - Non omettere mai il saluto , sia quando vi si accede  che quando lo si lascia.

3 - Osservare scrupolosamente le regole generali della cortesia e   quelle particolari del karate.

4 - Sforzarsi in ogni circostanza di aiutare i propri compagni di  pratica e di allenamento, evitando di essere per essi causa di  imbarazzo e di fastidio.   

5 - Rispettare le cinture di classe superiore, non per spirito militaresco o gerarchico, ma come riconoscimento della fatica e della volontà che si esprime nel raggiungimento di un grado superiore. Accettare i consigli senza obiezioni. Dal canto loro le cinture superiori devono incoraggiare assiduamente il  miglioramento tecnico dei meno esperti, e non peccare di arroganza, ma coltivare l'umiltà e la sicurezza in sé stessi.

6 - Quando non ci si esercita, bisogna mantenere un contegno  corretto e non permettersi mai posizioni o atteggiamenti scomposti, anche se si é affaticati.

7 - Stare in silenzio e, se necessario, parlare solo per la pratica del karate e a bassa voce.

8 - Non allontanarsi mai dal tatami  senza prima aver avuto il permesso dell'insegnante (o di chi ne fa le veci).

9 - Avere una cura costante della correttezza e della pulizia della propria tenuta, pulizia del Karate.gi, pulizia del corpo, GI e Obi devono ordinati ogni volta che é necessario.

10 - E' proibito portare indumenti sotto il Karate.gi (salvo autorizzazione dell'insegnante);  la conchiglia è  obbligatoria per gli uomini e la maglietta intima bianca, obbligatoria per le donne.

11 - Le unghie delle mani e dei piedi (che si devono lavare prima di ogni lezione) devono essere tagliate molto corte. 

Togliersi durante gli allenamenti, catenine, anelli, orologi, orecchini, braccialetti e quanto altro possa procurare danno a sé stessi e  ai propri compagni di pratica.

12 - Rispettare l'orario di pratica dei corsi (salvo particolari autorizzazioni).

I ritardatari dovranno fare il saluto in zarei e, rimanendo in questa posizione, attendere il consenso del maestro o dell'istruttore preposto all'insegnamento.

 Non  allontanarsi dal Dojo prima della fine della lezione.

13 - All'inizio e alla fine di ogni lezione, l'insegnante e gli allievi si salutano reciprocamente (vedere SAHO: cerimoniale del saluto).

14 - Quando si cessa la pratica e quando si frequenta il Dojo senza poter praticare, osservare con attenzione quanto avviene sul Tatami  e seguire le spiegazioni in atto per trarne proficuo insegnamento.

15 - Nel Dojo anche prima di indossare il GI e terminata la pratica, nella maniera più assoluta ci si astiene dal fumare e ci si comporta con discrezione, evitando ogni conversazione estranea al karate.

16 - Gli ZOORI devono essere messi in ordine fuori dal Tatami, o nell'apposito spazio riservato.

17 - Nessuno, fuori dal Tatami, dovrà disturbare interrompere le lezioni in corso.

 

L'apprendimento di queste regole é CONOSCENZA.

L'attuazione di queste regole é KARATE-DO.

Il rispetto di queste regole é AMICIZIA.

La costanza nel mantenimento di queste regole é MATURITÀ'.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DOJO KUN

KODOKAN

 

 

1 - KI            

 

Lo scopo primario del KARATE-DO é la ricerca del KI sinonimo dell'OM induista, del "VERBO" cristiano, del TAO, del DIO di tutte le religioni. Per questa ricerca occorrono determinati requisiti che si possono conquistare attraverso l'allenamento del karate, la meditazione, e seguendo determinate regole che qualsiasi Libro Sacro di ogni religione cerca d'insegnare.

Di seguito sono riportate solo alcune regole fondamentali che un KARATEKA deve seguire nell'ambito della vita sociale ed in particolar modo nell'ambito del karate.

Solo attraverso la conoscenza di sé stessi é possibile conoscere e usare il KI.

 

 

2 - UMILTA'

 

L'arroganza é il primo nemico che dobbiamo combattere.

 

3 - RISPETTO

 

Rispetto verso tutti in particolar modo durante il KUMITE.

La vittoria non significa umiliare l'avversario.

L'avversario deve uscire sconfitto tecnicamente, non moralmente e spiritualmente.

Il rispetto dei gradi (KYU e DAN) é importante, fa parte della disciplina del karate; ma ancor di più é il rispetto verso l'essere umano, qualunque esso sia e qualunque grado abbia.

 

 

4 - AUTOCONTROLLO

 

Autocontrollo non solo nelle tecniche, ricollegandosi al rispetto per l'avversario, ma anche , e soprattutto, nei propri atteggiamenti e nel proprio carattere.

 

 

5 - DISCERNIMENTO

 

"DAN" significa uomo. I DAN nel karate devono rispecchiare il grado riconosciuto. ma secondo il significato di DAN questo deve essere un obbligo anche nella vita quotidiana.

Più alto é il grado, più la responsabilità morale e spirituale é elevata.

Essere uomini significa diversificarsi dagli animali.

 L'uomo ha la possibilità di scegliere fra il bene e il male.

 

 

6 - LINGUAGGIO E TONO

 

Dobbiamo controllare il nostro tono di voce ed il nostro linguaggio. Dobbiamo essere portatori di pace e non alimentare nessun tipo di contrasto. La suscettibilità  e gli eccessi, in qualunque ambiente sono veramente fuori posto, se poi questo succede durante le gare o in riunioni fra maestri, istruttori ed arbitri, è veramente deludente.

 

 

7 - TOLLERANZA

 

Tutto l'allenamento di un karateka non porterà a nessun risultato se non coltiveremo la tolleranza verso tutti e tutto.

 

 

8 - FRATELLANZA

 

La fratellanza e l'amicizia sono valori da ricercare e dobbiamo dare la nostra massima disponibilità e seguire le regole suddette.

 

 

9 - POSITIVITA'

 

L'allenamento nel karate deve essere fonte di crescita personale positiva.

 

 

10 - EGO

 

L'accrescimento smisurato dell'ego non é qualità per un buon karateka. Dobbiamo continuamente tenerlo sotto controllo.

 

 

 

 

 

11 - VALORI

 

Rettitudine, Dovere, Amore, Non-violenza, Carità, Fede, Verità, Umiltà, Volontà, Determinazione, Discernimento, Autocontrollo.

Questi sono i valori che un KARATEKA deve incessantemente  ricercare, sia fuori che dentro il DOJO.

 

 

12 - SCOPI

 

Il KARATE-DO  é, nella sua essenza, l'arte di vincere sé stessi.

Lo scopo del KARATE-DO e della disciplina insita in quest'Arte Marziale consiste nell'autocontrollo dei sensi e del proprio carattere per ottenere l’ illuminazione.

I  vari DOJO KUN e queste regole ne sono una piccola guida.

 

 

             

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PREFAZIONE

 

Non a caso la  relazione tecnica inizia con regole e riflessioni.

Si  vuole cercare d'insegnare non solo il karate - jitsu, ma anche il karate-Do dando delle basi cariche di valori e spiritualità.

Il DO é la "Via", in Cina viene chiamata TAO, in India DHARMA, tutti e tre s'identificano con,  Rettitudine, Dovere, e  Legge Universale.

Ogni "Via" ha lo scopo di realizzare spiritualmente l'allievo che la percorre, utilizzando le potenzialità insite in ognuno di noi.

Come associazione non ci arroghiamo certo di essere il "Guru" che può insegnare questa "Via", ma ci sentiamo in dovere di essere d'esempio e di stimolare questo cammino da percorrere insieme, in mutua cooperazione.

Il KARATE-DO non può essere diviso dal contesto filosofico-religioso, senza cadere nel disordine e nella violenza.

Quando si intraprende la via dell'insegnamento, non si può essere solo dei bravi tecnici ed atleti (si potrà essere allora degli allenatori, ma non dei maestri), ma é necessario avere delle conoscenze maggiori su se stessi e su quello che andiamo ad insegnare, senza tralasciare niente che possa causare danni, soprattutto a coloro che avranno la massima fiducia venendo ad imparare nelle nostre palestre.

L'insegnante, attraverso il karate, dovrà sviluppare la fiducia in sé stessi che é la base per la realizzazione del SE'.

Dobbiamo uscire dagli schemi che per insegnare karate é sufficiente essere dei buoni atleti. Ci vuole molto di più e non é facile trovare il giusto equilibrio, ci vuole grande determinazione e umiltà.

Perché il karate diventi educativo dobbiamo creare degli insegnanti preparati tecnicamente, culturalmente e spiritualmente.

Ecco perché  tante regole e riflessioni alfine che ognuno possa approfondire, in base alle proprie caratteristiche e al proprio livello tecnico, le basi, che secondo coloro che hanno fondato questa associazione, sono fondamentali e necessarie.

KARA-TE significa "Mano Vuota", ma come é nella natura orientale, nasconde un significato più profondo, accessibile solo a coloro che vorranno inoltrarsi in una ricerca interiore più stimolante e laboriosa.

Il significato di origine Zen é "mente vuota" e con questa traduzione di Kara-te si aprono le porte ad argomenti affascinanti che hanno afflitto da sempre l'umanità e che hanno creato decine decine di correnti filosofiche e di religioni.

 

" Il karate é anche una pratica di base destinata a restituire all'uomo uno spirito chiaro, semplice e puro, cioè quello che possedeva originariamente, prima che venisse macchinato dalle influenze del mondo esterno. Cerca di ridargli la serenità, che é l'unico elemento capace di conferirgli fiducia e padronanza di sé in ogni cosa, ma che può essere ritrovata solo in quello stato spirituale che il buddismo Zen chiama "vuoto"; é questo il secondo senso della parola kara, che non vuole dire soltanto mancanza di  ogni arma, ma anche mancanza di qualsiasi intenzione malvagia o dettata dall'orgoglio.

Dunque, contrariamente a quanto potrebbe sembrare a prima vista, il karate non sviluppa il senso della bellicosità, ma insegna la misura, l'umiltà e il rispetto della vita, ed é proprio questo il significato di tutte le Arti del Budo ( "Via marziale" - metodo di combattimento destinato a consentire l'accesso a uno stato mentale superiore) e anche dello Yoga indiano. Si tratta solo di una contraddizione apparente; la tecnica non ha alcun significato senza lo spirito. Che un uomo dimostri la sua forza in una prova di rottura non é importante, se paragoniamo questo risultato a quello ottenuto da un uomo rilassato e apparentemente gracile, perché a questo punto bisogna per forza ammettere che c'é altro oltre alla semplice potenza fisica. Sbaglia chi afferma che questo concetto della stretta indipendenza fra corpo e spirito é troppo intimamente legata allo spirito orientale per potersi sviluppare altrove; molti occidentali sono attirati da questo aspetto così "disinteressato" della pratica di un'arte marziale, rispetto a quello che mira ad affibbiargli un riprovevole sentimento di superiorità o dei titoli di gloria in competizione. Per molti il vero scopo, il solo che valga realmente, é la vittoria su sé stessi, sulle proprie paure o sul proprio orgoglio, sulle meschinità e sull'intolleranza verso gli altri. Il karate diventa allora un vero modo di vita, che permette all'uomo di realizzarsi pienamente da un punto di vista fisico e spirituale. Però questo tipo di karate non é spettacolare e non interessa sin dall'inizio; si impone col tempo, la pratica e anche con l'età, quando ci si allena con passione, lontano dalle manifestazioni pubblicitarie e dalle competizioni ufficiali, galvanizzati dall'esempio degli antichi maestri del Budo la cui storia ci é pervenuta per mezzo di numerosi aneddoti e che, bisogna ammetterlo, per pochi esperti giapponesi contemporanei cercano di imitare con modestia". (Roland Harbesetzer)

I valori umani devono essere la nostra ricerca e il nostro impegno per poter dare un contributo significativo a questa società che sta perdendo e dimenticando l'importanza di mantenerli in vita.

L'insegnante di karate ha una responsabilità in più ed é quella che dovrebbe conoscere e applicare queste valori e quindi saperli trasmettere attraverso l'esempio.

Un Maesro indiano di nome SAI BABA dice:

“Il destino ultimo degli uomini é raggiungere la piena realizzazione del potenziale umano attraverso la pratica dei valori umani". E continua, facendoci riflettere, che l'insegnante deve mettere in atto le "3 P" Pazienza, Purezza e Perseveranza.

 

Chiunque potrà, se non si sente pronto, saltare queste pagine e passare alla parte più tecnica.

Significa che non é il suo momento.

Ma queste pagine rimarranno e nel proseguimento del vostro karate, un giorno rileggendole, avrete voglia di saperne di più e ci auguriamo, possano aiutarvi ad incominciare una ricerca che non ha più fine,  che riempirà i vostri cuori di gioia e serenità.

Buon lavoro.                                       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'INDISPENSABILE

ETICHETTA

 

 

Ormai lasciata cadere in disuso, l'etichetta o SAHO, cerimoniale del saluto, viene poco praticata oppure trasformata con le caratteristiche occidentali, o viene svolto forzatamente senza saperne il significato profondo e storico.

E' abbastanza curioso sapere che il SAHO era previsto dal codice d'onore dei samurai (BUSHIDO). Uomini che prima di svolgere una battaglia o un combattimento, dove potevano perdere la vita, eseguivano dei rituali codificati. Questa etica-filosofica, era in relazione con la morale Zen che nel Bushido e in particolar modo dai samurai era osservato e praticato. In seguito anche le Arti marziali (il concetto di "marziale" non é qualcosa che abbia a che fare con la guerra, per gli orientali si tratta di qualche cosa che procura loro un miglior benessere pisco-fisico, longevità e un fine spirituale) presero lo stesso indirizzo, che però col tempo persero, fino a giungere i giorni nostri dove questa essenza é totalmente scomparsa.

In oriente lo Zen fu tanto importante, che ogni gesto divenne una metamorfosi del pensiero di questa filosofia.  La cerimonia del te, l'arte di sistemare i fiori (IKEBANA) ecc., rappresentavano un termine quotidiano d'interpretare tale pensiero:

movimenti lenti, sobri, semplici a cui si doveva dare la massima concentrazione e perfezione.

Questo metodo di pensiero era molto utile al samurai che aveva bisogno di una forza interiore e di un significato profondo per affrontare la morte con coraggio e noncuranza.

Lo Hagakure opera ritenuta un classico del BUSHIDO "Sii sempre pronto a morire", ed ancora era solito dire "NA NA KOROKO YAOKI"- "Sette volte morire Otto volte attaccare".

Lo zen insegna che la nostra attenzione e concentrazione mentale deve essere sempre attenta a tutto ciò che ci succede intorno fino al più piccolo dei particolari.

Questo serve per diventare sempre più consapevoli di tutto ciò che avviene e per controllare la mente che é come una scimmia vagabonda.

I samurai erano attenti a tutto ciò che facevano, ogni gesto era studiato per ottenere la massima efficacia e velocità per poter sguainare la spada e difendersi.

L'etichetta esige che un uomo riceva un oggetto solo con la mano sinistra, affinché la destra sia sempre libera d'impugnare la spada (katana).

Ecco una banale spiegazione del perché nel saluto durante gli allenamenti si usa poggiare prima la sinistra e poi la destra.

 

La grande capacità dei samuraiera di passare in un istante da un gesto normale e banale alla risposta decisiva e finale, senza passare da una fase intermedia.  

Per far notare come la mentalità dei SAMURAI era fortemente influenzata dallo ZEN; e come ai nostri tempi non potremo mai ottenere gli stessi risultati, perché le condizioni e il fine sono completamenti cambiati. Leggete attentamente con quanta fermezza e forza dovevano tutti i giorni affrontare la vita e la morte. Per loro imparare le arti marziali era questione di vita o di morte e non di vincere una coppa o un grado. Il loro allenamento durava tutto il giorno e quindi i loro sensi, il loro intuito venivano amplificati a dismisura, fino a sfociare nelle storie, che ai giorni nostri sembrano fasulle o quantomeno incredibili.

La concentrazione e il condensare tutta l'energia verso un solo scopo, porta ad ottenere dei risultati, agli occhi delle persone che svolgono una vita quotidiana normale, incredibili. Questa concentrazione e forza i SAMURAI l'avevano "presa" dalla filosofia ZEN.

                      

 

 

 

 

IL CREDO ZEN DEI

SAMURAI

 

NON HO PARENTI

cielo e terra sono i miei parenti

 

NON HO POTENZA DIVINA

faccio dell'onestà la mia potenza divina

 

NON HO MEZZI

faccio della sottomissione il mio mezzo

 

NON HO ALCUN POTERE MAGICO

la forza interiore é la mia magia

 

NON HO NE' VITA NE' MORTE

l'eterno è la mia vita e la mia morte

 

NON HO CORPO

la rettitudine é il mio corpo

 

NON HO OCCHI

la luce del lampo ,ecco i miei occhi

 

NON HO ORECCHI

la sensibilità sono le mie orecchie

 

NON HO MEMBRA

l'immediatezza sono le mie membra

 

NON HO PROGETTI

cogliere l'opportunità é il mio progetto

 

NON HO MIRACOLI

le giuste leggi sono il mio miracolo

 

NON HO PRINCIPI

l'adattabilità alle cose, ecco il mio principio

 

NON HO AMICI

faccio dello spirito il mio amico

 

NON HO NEMICI

faccio dell'irresponsabilità il mio nemico

 

NON HO ARMATURA

buona volontà e rettitudine sono la mia armatura

 

NON HO CASTELLI

lo spirito immutabile, ecco il mio castello

 

NON HO SPADA

il vuoto mentale é la mia spada

 

NON HO AUTORITA' SOPRA DI ME

la difesa é l'autorità che rispetto

 

NON HO STRATEGIA

la libertà di togliere o dare la vita é la mia strategia

 

NON HO TATTICA

il vuoto e il pieno sono la mia tattica

 

NON HO TALENTO

lo spirito pronto è il mio talento

 

 

 

SAHO

CERIMONIALE DEL SALUTO

 

 

1 - I praticanti entrano dallo SHIMOZA (lato da cui si entra) sul TATAMI (materassina) e ordinatamente si sistemano sul lato destro, al bordo del tatami, chiamato SHIMOSEKI di fronte al maestro, che resta in mezzo al tatami di fronte al lato chiamato KAMIZA (lato d'onore); generalmente su questa parete vengono appese le varie foto dei grandi maestri o ancor meglio della deità che si vuole onorare.

Il KARATEKA con cintura di grado più elevato, SEMPAI, si pone all'estremità destra del DOJO, seguito gerarchicamente dagli altri. Tutti devono osservare che il loro KARATE-GI sia in ordine, il SEMPAI é colui che comunque regola e controlla che tutto sia in ordine.

Gli istruttori si metteranno, formando un'altra fila, a lato del SEMPAI, sul lato chiamato JOSEKI mantenendo anche qui la gerarchia dei gradi. In caso di presenza del Caposcuola la fila sarà composta solo dai maestri.

La posizione da assumere in RITSUREI (in piedi) é MUSUBI-DACHI, con le mani rilasciate lungo le cosce. Quando il maestro si sarà girato nella direzione del KAMIZA e si sarà posizionato in ZAREI (in ginocchio) e gli istruttori o maestri avranno svolto, in sequenza progressiva, la medesima operazione rivolgendosi anche loro (45°) verso lo KAMIZA, il sempai darà l'ordine "SEIZA" (sedersi), ed iniziando dal grado più alto ci si inginocchierà, sempre progressivamente, portando il ginocchio della gamba sinistra verso il pavimento e poi quella destra e sedendosi sui talloni (la pianta dei piedi rivolta verso l'alto e quindi i dorsi aderenti a terra), con la schiena diritta, testa eretta ed il mento portato leggermente verso il collo, lo sguardo diritto (non si deve guardare il pavimento), le mani sulle cosce, gomiti leggermente piegati e ben vicini al corpo.

Il dorso rimane leggermente inarcato senza rigidità, i glutei appoggiati sui talloni, la posizione deve dare l'impressione che queste due parti del corpo siano separate da un foglio di carta.

Il tronco non si deve mai rilassare e sarà sempre ben appoggiato sui muscoli dell'addome.

In tal modo si mantiene una tensione sufficiente a proiettare il corpo in avanti in caso di attacco imprevisto.

 E' la posizione ZAZEN" (Roland Habesetzer).

 

Le ginocchia avranno una distanza di circa due pugni una dall'altra (30 cm.), mentre le donne potranno tenerle unite.

In questa posizione, ZAZEN incominceremo ad esercitare KOKYU  (respirazione), al termine del secondo ciclo di inspirazione il sempai eseguirà il DOJO-KUN e subito dopo il MOKUSO (meditazione).

Il mokuso iniziale serve per una preparazione all'allenamento: ad allontanare dalla mente le preoccupazioni, a concentrare tutte le energie ed essere pronti ad affrontare un allenamento che richiede concentrazione e forza.

In questa fase, che però può essere svolta solo da esperti, si svolgono dei veri esercizi di KI (CHI in cinese) che prende spunto dal PRANAYAMA (studio della respirazione che si allena nello YOGA). 

Serve anche per meditare sul DOJO-KUN ed esaminare sé stessi sulla messa in pratica di queste regole.

Salutate solo dopo aver modificato il vostro stato d'animo.

Al termine del mokuso con il termine SHOMENI-REI si inizierà il saluto inchinando il corpo verso terra, poggiando prima la mano sinistra poi quella destra ed abbassando la fronte fino a toccare, quasi, il dorso delle mani.

Le mani a terra, staccate una dall'altra, formeranno una figura simile ad un triangolo

( pollici e  indici corrispettivi sono uniti).

I praticanti devono salutare senza fretta, affinché come vuole la tradizione, non si veda la testa reclinata del maestro.

SHO-ME-NI significa deità, quindi il primo saluto é rivolto alla figura divina in cui si crede, può essere rivolto verso gli avi, o i maestri che hanno divulgato la disciplina che si é scelta, ma se tutto questo può turbare l'animo del praticante occidentale, il saluto può essere rivolto verso la propria coscienza o a qualunque fede esso sia più propenso portare rispetto.

Dopo la espirazione, si riassume la posizione precedente, usando prima la mano destra, poi la sinistra.

Una volta che il maestro si sia rivolto verso gli atleti e che la fila degli istruttori o maestri si sia riposizionata orizzontalmente, al comando SENSEI-NI-REI si ripeterà il saluto reciprocamente, esclamando il saluto caratteristico del FUDOKAN "HAI" (da eseguire con KIME, col diaframma).

Questo secondo saluto é una reciproca manifestazione di cortesia.

Successivamente al comando di O-TAGAI-NI-REI il saluto sarà eseguito esclusivamente dalla fila del sempai, riformulando lo stesso saluto vocale "HAI".

Questo terzo saluto é il rispetto ed il ringraziamento da parte dei praticanti verso il maestro e gli istruttori che si prodigano per la loro crescita tecnica e spirituale.

O-TAGAI-NI ha un ulteriore significato molto bello: aiutarsi.

La fila degli istruttori o maestri si volgerà verso il maestro, al centro del tatami, ed eseguiranno reciprocamente l'inchino emettendo il saluto "HAI".

Questo saluto ha la stessa funzione del secondo: una reciproca manifestazione di cortesia, fra i maestri, gli istruttori e il maestro o caposcuola.

Quando il maestro si sarà alzato, darà l'ordine del KIRITSU (alzarsi) alla fila degli istruttori o maestri, i quali progressivamente si alzeranno e si metteranno in posizione MUSUBI-DACHI.

Al comando del maestro, la fila del SEMPAI, si alzerà portandosi in piedi in MUSUBI-DACHI. Per alzarsi in modo corretto sollevarsi fino a rimanere in ginocchio (senza aiutarsi con le mani), sistemare i piedi sugli alluci e alzare il ginocchio destro, con il piede a livello del ginocchio sinistro, a questo punto alzarsi portando la gamba sinistra accanto a quella destra ed assumere la posizione di musubi dachi.

Al comando del maestro inizierà la lezione.

Al termine della lezione la prassi sarà la medesima con alcune differenze:

-  non si eseguirà il DOJO-KUN, ma in ogni caso il mokuso.

In questo momento il mokuso serve per rilassare corpo e muscoli e per riacquistare le energie perse durante l'allenamento. Anche in questo caso la respirazione ha un'importanza fondamentale per ottenere determinati risultati.

-         quando la fila degli istruttori o maestri si volgerà verso il maestro centrale si eseguirà il saluto "DOMO ARIGATO GOZAI MASTE' ";

    (solo in caso di un maestro ospite).

-  dopo che gli istruttori e maestri si saranno alzati in piedi, all'ordine del maestro la fila del sempai si alzerà di scatto portando la gamba sinistra in avanti e mantenendo il ginocchio destro a terra e con il KIAI eseguiranno GYAKU-TSUKI. Poi il maestro darà il comando del KIRITSU e tutta la fila si alzerà in piedi, sempre progressivamente, e solo al comando o al cenno del maestro la lezione si riterrà terminata.

 

In molte palestre viene utilizzato il saluto "OSS (HAIO GOZAIMASU)" non é una terminologia sbagliata. La differenza far "OSS" e "HAI" é puramente formale: il primo é un saluto molto amichevole e grezzo e va bene fra i nuovi praticanti, mentre il secondo é un saluto molto più rispettoso e adatto alle persone di un grado più elevato e sicuramente fra i maestri che s'incontrano o agli ospiti presenti nel DOJO.

La pronuncia "HAI" (non chiaramente l'ideogramma) ha un doppio significato, il primo significa "si (é così)", l'altro é "cenere"; se abbiniamo la cenere sul capo all'umiltà, con cui dobbiamo entrare nel DOJO, al "si é così", con cui si esprime il saluto e il consenso di aver capito le spiegazioni, potremo comprendere meglio quali affinità vi sono fra Arti Marziali e filosofia Zen.  Quando dico "HAI" é come se il mio pensiero dicesse "Sì é così, accetto e rispetto la tua persona o la tua spiegazione che cercherò di mettere in pratica".

E' la caratteristica orientale: concentrare, sintetizzare il tutto in una frase, in una parola, in un aneddoto, in una parabola.

Attraverso questo metodo da un vocabolo scaturisce un libro, da una parabola un insegnamento.

E' un metodo che dà la possibilità di far scattare l'intuizione o ancor di più l'illuminazione. L'intellettualismo occidentale a volte ci fa  perdere nei meandri della mente e creare confusione ed  ansie.

Ma, l'accesso a questa metodologia filosofica orientale non é per tutti, occorre passione, volontà e forse, anche predisposizione "naturale".

 

Il saluto in piedi viene utilizzato ogni qualvolta saremo di fronte al nostro compagno di allenamento per eseguire delle tecniche di combattimento, oppure in gara durante il KUMITE e prima e dopo l'esecuzione di un KATA.

Si eseguirà prima di entrare nel DOJO e uscendo.

 

L'etichetta vuole anche che non ci si sieda in un modo scorretto nel DOJO, quando il maestro si ferma per una spiegazione o un'applicazione di una tecnica. Il modo corretto sarebbe quello di sedersi in zarei, ma siccome per gli occidentali tale posizione non riesce ad essere mantenuta per molto tempo, é sufficiente sedersi a gambe incrociate, in una posizione composta. La dignità, la compostezza, la forma dovranno essere conservate in ogni momento, anche quando si é molto stanchi.

Anche questo è importante per la “padronanza di sé”.

Il KARATE-GI deve essere bianco e il nodo della cintura (MUSUBIME-OBI) allacciato secondo l'etichetta del karate.

Il bianco é sinonimo di purezza, il praticante si veste di un abito che deve, non solo esternamente, ma anche interiormente mantenersi, senza impurità.

E' un'iniziazione tecnica e spirituale. E' anche un ritorno storico della nascita del karate ad Okinawa dove i praticanti erano pescatori vestiti di bianco.

L'etichetta nel comportamento dei praticanti Fudokan, é di importanza primaria, così come in tutte le discipline orientali, tanto che nelle competizioni il SAHO, fa parte nella valutazione per il punteggio.

La stessa regola vale nelle gare I.T.K.F. (International Traditional Karate Federation).

 

 

 

 

 

 

 

 

Lezione 28 gennaio 1996                    

 

Non voglio fare una tipica lezione di storia, basata su nomi, date, battaglie questi dati potrete trovarli in qualunque libro scritto da altre persone. La storia orientale non ha molti documenti che possano provare la veridicità di ciò che si vuole raccontare. In quei periodi la storia e il karate venivano tramandati oralmente, quindi le leggende e la storia reale si fondono insieme per creare un'affascinante scenario misto fra realtà e fantasia, che non ci dà la possibilità di tracciarne i reali confini.

Il mio scopo è un altro quello di stimolare la vostra voglia ad approfondire il discorso del karate leggendo la storia, la filosofia ed anche le religioni orientali, senza con ciò diventare professori o intellettuali, ma solo per imparare a conoscere meglio ciò che da anni, e forse per tutta la vostra vita, continuerete a praticare e, per i veri studiosi, a ricercare un qualcosa che in questo momento non sapete neanche voi, ma che sicuramente col tempo, con la volontà, e con fermezza, sicuramente troverete.

Molte volte questa ricerca consiste nella conoscenza dei kata, poi di nuovi kata, poi delle tecniche di combattimento; poi si ricerca il maestro che possa trasmetterci, l'essenza del karate e, magari con la bacchetta magica, possa trasformarci in grandi atleti o maestri.

Ma quello che al vostro livello dovete essere consapevoli, se non lo siete già, é che il maestro é dentro di voi e dovete ritrovarlo, magari con l'aiuto di qualche altro maestro che abbia e voglia farvi crescere. Ciò non vuol dire diventare arroganti e presuntuosi, ma bensì controllare questi istinti dell'ego che vuole sempre avere la supremazia su tutto e tutti e cercare invece la collaborazione, l'amicizia, la mutua prosperità ecc. ecc.

Tutti valori che un maestro di karate, ma non solo lui, dovrebbe avere per insegnare non solo la tecnica, ma anche essere d'esempio per un certo modo di vivere e di pensare.

Quando parliamo di autocontrollo, di concentrazione durante il kata e il kumite, di forza fisica e via dicendo, come possiamo insegnarlo, ed averlo imparato, se poi nella vita quotidiana non sappiamo controllarci, non sappiamo concentrarci, non sappiamo usare adeguatamente la nostra forza fisica? Quante volte avete, e purtroppo ho assistito, ad avvenimenti poco edificanti per il karate. Ed allora che maestri siamo se non sappiamo trasmettere almeno l'educazione e il controllo dei propri istinti animali.  E' un controsenso che l'allievo percepisce e che nel tempo non porta a risultati positivi.

Non voglio essere il Guru che insegna come vivere, ma solo far riflettere su alcuni punti particolari.

In queste ore suddivise in storia, filosofia, etica e psicologia, non ci saranno ore specifiche per le varie materie, ma saranno intrecciate fra di loro, spero in maniera adeguata. La vita, come l'insegnamento e il karate, é un insieme di valori che si legano uno all'altro. Se insegno solo la tecnica di karate é come mutilare un corpo di un arto, certo quel corpo camminerà e riuscirà a fare tante cose, però non é più quel corpo é mancante di un pezzo.

Quello che noi dell'A.I.KA.F. cerchiamo di fare é quello di insegnare un karate completo. ognuno lo farà secondo un proprio modo di vedere e di percepire le cose e gli avvenimenti, secondo una propria valutazione e il proprio vissuto, ma l'importante é la ricerca continua della perfezione.

Ma vediamo come possiamo fare questa ricerca, cercherò di darvi alcuni spunti, alcune idee per poter ricercare meglio quello che si vuole conoscere, e per ognuno di noi sarà diverso, ma col tempo tutto ha un'evoluzione e  quindi un cambiamento.

La storia ci può insegnare molte cose:

 

- 1   non ripetere gli stessi errori

- 2   ritrovare valori perduti

- 3   conoscere il periodo e l'ambiente in cui é nato il karate

- 4  capire l'evoluzione che ha avuto il karate

 

Nel primo caso, sempre la storia, c'insegna che purtroppo l'umano non é disponibile nell'accettare consigli o ad imparare da fatti accaduti precedentemente, ha sempre bisogno dell'esperienza diretta. Tutte le guerre accadute, i massacri, le torture ecc. non sono servite  a bloccare altri conflitti, che hanno avuto la stessa identica matrice. Purtroppo é sufficiente vedere gli avvenimenti odierni.

Anche per insegnare il karate, non é sufficiente la teoria, é necessaria la pratica. E' l'uomo, non possiamo cambiarlo. L'unica possibilità é conoscerlo e cercare di renderlo migliore.(su questo argomento si aprono le porte a discussioni senza fine sulle intenzioni Divine, sul libero arbitrio e su altri argomenti che potremo discutere appassionatamente in un altro ambito).

 

Il secondo punto, a mio parere, é quello più interessante da approfondire e che pone  delle domande su cui riflettere:

Come é nato il karate?

Quando é nato il karate?

Perché é nato il karate?

Chi ha inventato il karate?

Cosa significa karate?

Che scopo ha il karate?

Quali sono le origini del karate?

Cosa insegnava il karate?

Poi confrontarlo con quello che abbiamo imparato sulla nostra evoluzione e su quello che stiamo andando ad insegnare e porci ancora delle domande:

Che cos'é adesso il karate?

 

 

Cosa insegna adesso il karate?

Cosa possiamo fare noi per migliorare l'insegnamento del karate, per renderlo educativo e non distruttivo. Per far si che il karate ritorni alle origini, non tecnicamente, ma spiritualmente e moralmente? (Supponendo che troviamo nella storia quei valori in cui crediamo e che vogliamo tramandare).

Cosa possiamo fare, andando ancora più in là, per far sì che il karate possa essere insegnato nelle scuole e che quindi perda quella fama di "sport" violento, fascista e chissà quant'altro?

 

Il terzo punto ci é utile poichè da questo studio possiamo comprendere come il karate sia stato influenzato dalla religione e dalla filosofia di quei tempi. Quindi scoprire che storia, filosofia e religione sono tre fattori indivisibili e che s'intrecciano tra loro, senza possibilità di divisione.

Scopriremo come il Buddismo abbia molte affinità con la mentalità dell'arte marziale.

Potremo scoprire come i praticanti seri di un tempo non dividevano la tecnica, dalla religione e che a loro modo vivevano in comunione con Dio.

Scopriremo come la ricerca del Ki, era la ricerca di quell'Energia con la E maiuscola che noi chiamiamo Dio.

 

E che tutti i poteri nati da questo Ki venivano acquisiti attraverso rinunce, sacrifici e allenamenti oggigiorno quasi impossibili o difficili da realizzare.

Scopriremo come la rinuncia e il sacrificio faccia parte di qualsiasi ordine religioso o utilizzati da Guru e Maestri (intendo Maestri spirituali e non maestri di karate. Quindi con la M maiuscola) per ottenere la Liberazione, il Nirvana o qualsiasi altro nome che ogni religione ha voluto dare.

Tutto questo ed altro solo leggendo e studiando la storia e la filosofia delle Arti Marziali. Un Istruttore o un maestro devono prepararsi non solo tecnicamente, ma anche spiritualmente poiché l'insegnamento é qualcosa di serio su cui non ci si deve improvvisare.

Fra i vostri futuri allievi avrete  ogni ceto sociale e il maestro deve essere in grado di poter interagire a qualsiasi livello. La cultura si deve elevare.

La famosa frase conoscere se stessi, non deve essere solo detta per mettersi in mostra, ma deve essere anche applicata. Non dobbiamo solo diventare bravi atleti, ma nel momento in cui veniamo a fare un corso per ottenere una  qualifica, dobbiamo avere la consapevolezza della responsabilità a cui andiamo incontro ed anche la fortuna che abbiamo di approfondire la materia ed andare più a fondo della propria conoscenza sia tecnica, che spirituale.

Sulla parte spirituale potrei parlare per delle ore, perché é un argomento su cui sto basando la mia vita, ma questo non é il corso adatto. Adesso serve buttare qualche seme, che voi possiate raccogliere e mettere a frutto; darvi degli stimoli per affrontare un cammino affascinante, ma difficoltoso.

 

Il karate può darvi la forza sia fisica che spirituale per affrontare quel cammino che la storia ha voluto tramandarci, e che noi abbiamo dimenticato, la ricerca di noi stessi ed infine la ricerca del Ki o di Dio o di qualsiasi nome voi vorrete darGli.  

 

Il quarto punto lo possiamo dividere in due parti: la prima consiste nel vedere se c'é stata un'evoluzione tecnica, o se invece dobbiamo ancora lavorare per evolverci tecnicamente ed ottenere , dal punto di vista fisico, il massimo che fisiologicamente e chimicamente si possa ottenere.

 

La seconda é quella che in parte abbiamo già accennato: la parte spirituale. Quella "zona" che tutti hanno difficoltà a collegarsi e a mettersi in contatto. Quella "parte" che senza alcun dubbio, sempre parlando dal punto di vista tecnico, ci dà la possibilità di aumentare vertiginosamente la qualità della nostra tecnica.

Infine, quest'ultima parte, viene nuovamente suddivisa in quella propriamente spirituale e qui si toccano argomenti molto profondi che andrebbero discussi in altri momenti, e che se c'é interesse potremo fare, fuori dall'ambito di questi corsi.

Quando insegno il bunkai dei kata, non dico mai si fa così, si fa colà, ma lascio che l'allievo cerchi di trovare o meglio ancora d'intuire il significato di quella tecnica.

Quello che devo fare é stimolarlo dandogli degli spunti, che sono le caratteristiche fondamentali per la ricerca,  per trovare la sua applicazione, che probabilmente non é quella che piace a me o quella adatta al mio fisico e probabilmente non é nemmeno quella che ha voluto tramandarci la storia. Ma forse quella scelta necessaria a quei tempi per non farsi rubare da altre scuole le proprie tecniche segrete, che sarebbero servite in combattimento a salvarti la vita, ora servono proprio per una crescita personale, per creare un karate fuori da ogni sigla o denominazione, ma esclusivamente a propria immagine e somiglianza.

L'importante in questa ricerca é non travisare la tradizione ed in ogni applicazione valutare la reale efficacia in combattimento. Non voglio creare dei robot che imparano a memoria ciò che viene detto. Dovete avere lo stimolo della ricerca. Avete un mucchio di domande a cui rispondere ed ognuno di voi sicuramente risponderà in maniera diversa ed articolata e sorgeranno altre domande ed altre risposte. Ma insieme in questo modo avremo la possibilità di crescere  e d'imparare a conoscerci meglio e restare uniti per lavorare  per un futuro del karate migliore e più ricco di valori.

Quindi provate a ricercare e a rispondere alle domande poste in precedenza, per poterne dopo discutere insieme. Impariamo, insieme a conoscerci, impariamo, insieme a crescere.

 

                                                                                     M° Francesco Palandri                       

 

 

LA STORIA

 

Si deve insegnare con  cuore e amore, conoscendo la matrice del karate e delle arti marziali, la filosofia orientale e andando ancora più in là, la filosofia indù.

Dalla storia sappiamo che i metodi di autodifesa indiani sono antichissimi e che precedono anche quelli greci (pancrazio).

In India esistevano i kshatriya, la casta dei guerrieri indiani, coloro che tenevano sotto controllo i malvagi e i dissoluti e soccorrevano i deboli e gli indigenti. I Kshatriya praticavano una forma  di combattimento a mani nude chiamata Vajramushti (attualmente viene praticata nei villaggi indiani una disciplina simile, o forse la medesima con un altro nome, che si chiama Kalaripayit).

In Giappone, i Samurai, presero l'identità degli Kshatriya.

In India si possono vedere statue che riproducono alcune posizioni e tecniche di combattimento simili al karate o al Wu-shu, successivamente venne chiamato Kempo.

Il primo terreno fertile fu la Cina e la Corea poi il Giappone.

Lo stesso Buddha, il principe Gotama, conosceva il Kempo, si dice addirittura che fosse uno dei più grandi esperti dell'epoca.

In Cina venne creata una forma di combattimento chiamata Wu-tang-shan che prendeva il nome dal monte Wu-tang ove il maestro abitava (Chang Sang Feng?). Questo stile era anche denominato "scuola interna" per distinguerlo da quello straniero o scuola esterna portato da Bodhidharma.

In Cina, a causa delle differenze etiche, culturali e geografiche, si formarono due scuole:

la prima al nord e la seconda al sud del fiume Yangtse-Kiang.

La caratteristica del sud erano i numerosi fiumi e quindi una terra particolarmente fertile e gli abitanti erano indirizzati alla pesca ed alla agricoltura. Queste attività portavano ad un irrobustimento del tronco e delle braccia, di conseguenza si svilupparono principalmente le tecniche di pugno e di gomito.

Nel nord invece la popolazione era dedita alla caccia che portava a lunghe marce ed a cavalcare lungamente, pertanto un irrobustimento degli arti inferiori, di conseguenza svilupparono principalmente tecniche di gamba e sui salti.

 

 

In seguito nacquero altri stili: il Chiao-ti-shu o Taoyn che risale a prima della nascita di Cristo, praticato soprattutto dai nobili durante l'era dei mitici imperatori. Durante la dinastia degli Han (206 a.C. - 220 d.C.) diventa popolare un combattimento che si chiamava Chi-Ch'ao o Shoupo che significa "mano che colpisce col pugno". Queste arti fondendosi con la lotta mongola presero poi il nome di Kaiko. Dal Kenyu una sorta di pugilato nacque il Kempo attuale.

Sotto il periodo Ming (1384-1644) il maestro Pai-Chin-Tou crea il Mei-Hua-Ch'uan, la boxe del fiore di prugna, simbolo dello Shaolin e della Cina. Nel 1500 un monaco Shaolin Chueh-Yuan riordina lo Shaolin in 72 tecniche e poi, non soddisfatto, va in giro a cercare tutti i maestri, finché trova un "vecchietto", che assalito da vari avversari lo elimina con facilità, questo maestro si chiamava Li-Cheng, ma questo interpellato disse che c'era qualcuno più bravo di lui e che era il suo maestro Pai-Yu-Feng. Insieme andarono al tempio Shaolin per riformare lo stile e così nacquero 172 tecniche e 5 stili: stile della Tigre (Hu), stile del Drago (Lung). stile della Gru (Ho), stile del Serpente (She), stile del Leopardo (Pao). All'inizio del 1600 nacque un altro stile chiamato T'ang-Lang, stile della Mantide religiosa.

Oltre al periodo Ming, in cui sorsero tutti questi stili e al periodo Ching (1644-1911) abbiamo in periodo molto importante: quello della dinastia Yuan (1279-1368) periodo in cui Marco Polo va in Cina. In questo periodo un maestro di Shaolin, chiamato Chang-Sang-Feng monaco taoista, crea il Tai-ch'i-ch'uan. Ci sono due leggende: una che l'abbia sognato e l'altra che abbia visto un combattimento fra un serpente ed una gru. La terza teoria la vedremo successivamente.

Oggigiorno le strade della Cina soprattutto alle cinque del mattino sono piene di persone che praticano il Tai chi Ch'uan ed anche nelle fabbriche, negli intervalli prestabiliti, é una pratica comune.

In Corea prese il nome di Farando ed era un misto di lotta a mani nude, con le armi e con la coda data da una lunga treccia di capelli con in fondo dei piccoli uncini.

A contatto con le scuole del nord della Cina nacque il Taikon.

Il principio fondamentale della scuola Coreana si chiama Chakuriki che significa "forza imprestata". Indica l'impadronimento di una forza da un'altra sorgente per aiutare la forza naturale dell'uomo, venedo così ad accrescere la potenza del corpo per affrontare ostacoli e situazioni normalmente impossibili da superare o sopportare.

Si raggiungeva mediante tre allenamenti fondamentali:

 

1 - Spirituale: si ricercava l'equilibrio dello spirito e del corpo, oltre che con la preghiera e la meditazione anche con esercizi di meditazione e di equilibrio sui luoghi più impervi e pericolosi (anche qui si ritrova la matrice indiana spirituale nonché quella dello Yoga in particolare dello Hata yoga). Ci si abitua a non dormire per parecchi giorni e poi a dormire per pochi minuti, sentendosi poi completamente riposati, a mangiare pochissimo e solo cibi crudi, ad abituarsi ai rigori del freddo dormendo sulla neve. In pratica il completo controllo dei sensi e della mente attraverso delle pratiche yogiche che usavano i Rishi per ottenere la Visione Divina neutralizzando il corpo che é il polo d'attrazione della materialità che lo circonda allontanandolo dall'interiorità: fonte d'energia e di saggezza.

 

2 - Medicinale: si basava sul sistema medico cinese, vecchio di 4.000 anni: l'uso delle erbe, delle piante, dei veleni a scopi benefici e di potenziamento.

 

3 - Fisica: ci si allenava con tutti i mezzi disponibili per poter aumentare la potenza fisica. la velocità e la flessibilità.

 

Ora l'unico aspetto che viene praticato é il terzo.

Le Arti Marziali hanno perso totalmente il filo con la tradizione. Purtroppo si é perso di vista il vero obiettivo;  la ricerca di una spiritualità interiore e di una conoscenza più profonda del proprio "io" e della vita.

Quando la Corea passò sotto la dominazione Giapponese le scuole di ambedue si mischiarono nacquero così il Tae-Kyon, il Tang-su, il Kang-su, il Tae-su.

Con l'unificazione degli stili, il Generale Choi-Han-Li creò il tae-Kwon-do.

Il karate è nato in un monastero intorno al 520 d.C., è stato ideato e studiato (o quantomeno preso e riportato dall'India e dalla Cina) da un monaco, Bodhidharma, nome tipicamente indiano (Dharma deriva dai testi vedici, libro sacro degli indù, che vuol dire Rettitudine., la Legge Divina universale; la voce del Dharma è la voce interiore, che viene direttamente dal Sé; Bodhi vuol dire l'intelletto illuminato di un Buddha), il monastero in cui risedeva era nel sud dell'India e alla morte del suo Maestro Prainatara andò in Cina a divulgare il buddismo ch'an, questa forma di buddismo deriva dalla parola sanscrita Dhyânâ, che significa meditazione, contemplazione di una Forma Divina o dell'aspetto informale di Dio (la settima delle otto discipline dello Yoga di Patanjali); per mezzo della Dhyânâ si trascende lo stato di attività conscia della concentrazione e si raggiunge lo stato d'estasi - Samâdhi - di unione con l'assoluto (Satori o Nirvana). In Giappone prenderà il nome di Zen; quindi il karate è impregnato di Dio, di religione, di valori umani e Divini. Il suo nome giapponese era Daruma Taishi, oppure Ta Ma, ventottesimo patriarca del buddismo, Visse circa tra il 448 e il 527 d.c.

Bodhidharma affrontò un lungo viaggio superando le fredde montagne Himalayane piene di insidie e di banditi.

L'imperatore Wu del regno di Liang era di fede buddista e faceva costruire templi, traduceva testi dal sanscrito e formava nuovi monaci.

Quando Bodhidharma arrivò, venne ricevuto dall'Imperatore il quale chiese al monaco:

" Che merito ho per aver fatto tanto a favore dei monaci e del Buddismo?".

"Nessun merito" rispose Bodhidharma "perché tutto questo é paragonabile alle ombre della foresta: sembra che esistano, ma in realtà non hanno sostanza. Voi cercate, costruendo magnifici templi e statue, bruciando gli incensi più rari, eseguendo danze sacre, di guadagnare in questo modo la felicità dopo la morte, senza cercare di ottenere la perfezione della fede sulla terra". Per il monaco indiano, la pratica religiosa era solamente un mezzo per raggiungere l'illuminazione, cioé la "conoscenza intuitiva" in questa vita.

L'Imperatore, furioso, lo costrinse a lasciare il suo regno.

"Sollevato dalle foglie di canna Bodhidharma attraversò il fiume Yang tze e si avviò a nord verso Loyang, la capitale della provincia Honan, giungendo  allo Shaolin-ssu". Qui il capo monaco, temendo che la nuova dottrina potesse in qualche modo turbare la pace del monastero, lo invitò a rimanere fuori dal tempio. Si rifugiò in una grotta e per nove anni meditò in posizione Zazen (che nello yoga si chiama la posizione del loto-Siddhasana oppure Virasana). Naturalmente non consecutivamente, ma si presume adottando i rituali della meditazione Indiani: alzata all'alba per la meditazione e le preghiere e i vari rituali (lavarsi, vestirsi... tutto era dedicato e donato per ottenere l'illuminazione , Dio), a mezzogiorno altre ore di meditazione, poi alla sera ancora altrettante ore di meditazione; naturalmente la meditazione non era solo quando si metteva in posizione, ma durava nell'arco dell'intera giornata, durante  tutti i mesi e durante tutti gli anni. Inizialmente poteva consistere nella concentrazione quotidiana e nel pensiero continuo sul Nome e sulla Forma di Dio oppure sulla respirazione, comunque una disciplina ferrea per ottenere l'illuminazione.

La meditazione è quell'esercizio che si fa durante tutto il giorno nello sforzo di trasformazione dall'umano in divino. Il silenzio fu un altro esercizio che adottò per ottenere ancor di più la massima concentrazione usando il meno possibile qualsiasi senso e quindi concentrare la sua energia per lo scopo prefissato.

"Il maestro Xong Yi Xiang, insegnante di arti marziali interne cinesi, ci ha rivelato il significato degli insegnamenti di bodhidharma. Ci ha detto che é stato lui a introdurre in Cina la nozione di Wu-De o virtù marziale, cioè qualcosa che comprende le qualità della disciplina, del limite, dell'umiltà e del rispetto per la vita umana. Con le sue parole - Prima dell'arrivo del Da-Mo, i cinesi che praticavano arti marziali s'allenavano soprattutto a combattere e si comportavano da prepotenti con i più deboli. Il Da-Mo ha portato il Wu-De, cioé l'insegnamento che il vero significato delle arti marziali é la cura dello sviluppo spirituale e della salute fisica e non il combattimento- ". (La via delle Arti Marziali ediz Red).

Si dice che Bodhidharma scrisse un libro intitolato Pi-kuan, contemplazione del muro.

Dopo questo lungo isolamento, il capo monaco del tempio di Shaolin (Shorinji) lo accettò all'interno del monastero e così divenne il primo patriarca della setta Ch'an in Cina.

Rimase costernato, lui abituato a tanta disciplina e severità, nel vedere i monaci che durante la meditazione si addormentavano e nel vedere la loro debolezza fisica e mentale.

Bodhidharma incominciò quindi ad insegnare il Kempo e varie altre pratiche provenienti dall'India suo luogo dì origine. Il kempo prese vari nomi "Nalo.jan", "Arohan", I-jinsin". Il Kempo veniva insegnato solo ai monaci che entravano nel tempio, poiché veniva considerato un metodo di pratica ascetica utile al conseguimento dell'unità della mente e del corpo.

La leggenda racconta che il tempio fu bruciato diverse volte e che da una di queste distruzioni cinque maestri riuscirono a scappare: Hung, Liu, T'sai, Li, Mo e da loro nacquero i cinque stili di Shaolin: Hung-ch'uan, Liu-ch'uan, T'sai ch'uan, Li ch'uan e Mo ch'uan (ch'uan significa pugno).

I monaci con il loro bagaglio tecnico non ignorarono le esigenze del popolo che era letteralmente in balia di malfattori e banditi e diffusero così il "Ch'uan fa" alla popolazione.

 

Nella divulgazione andò perduta la connessione con Bodhidharma ed il concetto di unità tra corpo e spirito.

 Si sviluppò semplicemente come tecnica di combattimento e prese il nome di Kung-fu.

Vorrei sottolineare, in mezzo a questo brulicare di nomi, di scuole, di stili, di date e periodi storici, che la storia é basata su leggende e memorie orali riportate di famiglia in famiglia. per cui non é facile definire dove finisce la leggenda ed inizia la verità.

Ma, probabilmente, anche questo é il fascino dell'Oriente.

La tradizione attribuisce a Bodhidharma un trattato di tecnica respiratoria (e non c'è da stupirsi visto la sua provenienza dall'India in cui sicuramente aveva appreso le tecniche Yoga fra cui il Pranayama), che insegna specificatamente i vari metodi di respirazione; in Cina viene chiamato Ci-ki-kuong e fa parte degli stili interni del wu-shu; in Giappone é il KI. Scrisse un altro libro di ginnastica intitolato I-chin-ching, trattato sui movimenti dei tendini, ed anche lo Hsi-sui-ching, trattato sul lavaggio del midollo osseo. Alcuni affermano anche di un testo, sembrerebbe il primo, sulle tecniche Shaolin intitolato Shi-pa-lohan-shou, le diciotto mani dei discepoli di Buddha. Naturalmente erano esercizi riguardanti la salute fisica e la ricerca e lo sviluppo del Ch'i, la forza interna (in Giappone Ki, in India kundalini). Poi in seguito essendo conoscitore del combattimento Indiano Kempo (Vajramushti: Vajira l'arma di Indra, una saetta). elaborò, con le tecniche di combattimento cinesi, un suo stile chiamato Shaolin-ssu ch'uan fa, la via del pugno del tempio di Shaolin, che doveva servire ai monaci per difendersi dai banditi che fuori dal tempio, a quei tempi erano numerosi.

Serviva per forgiare un corpo adatto alle lunghe ore di esercizi spirituali per ottenere l'illuminazione.

La ritualità, che noi sicuramente abbiamo perso, i gesti, la sacralità di alcuni movimenti e figure, la storia (anche se poco conosciuta) ci insegnano come la pratica dello Zen e la sua filosofia erano una presenza costante in qualunque allenamento ed era utile in particolar modo per i samurai che andavano in battaglia incontro alla morte, ed avevano bisogno di una filosofia che trascendesse la vita e la morte.

Traportato in Cina il Kempo, intorno al 947 periodo della dinastia Sung, godette per alcuni secoli di un periodo fortunato. Ma con la rivolta dei Boxers nel 1900 quest'arte si dovette trasformare e venne proposta come forma di ginnastica col nome di "Tai chi wan" o "Tai kyoku ken", oggi Tai chi ch'uan (questa é la terza teoria sulla nascita del tai chi ch'uan).

 

Proprio intorno al 947, scrive Funakoshi, il Shorinji kempo raggiunse le isole Ryukyu. In questo periodo ci fu un continuo scambio d'informazioni e di esperti nell'arte fra la Cina e le isole Ryukyu (1372-1867). In particolar modo Okinawa, la maggiore isola dell'arcipelago. Inoltre da okinawa ci giungono 600 anni di storia documentata del karate.

Tutti i grandi maestri di Okinawa confermano che fin dai tempi immemorabili nell'isola esisteva una forma di lotta a  mani nude. Però fin dal 1600 non esisteva nessuna pubblicazione o testimonianza relativa al "Te" di Okinawa. Mentre é documentata l'introduzione del Kempo cinese sull'isola.

Nel 1372 regnava, in Cina, la dinastia Ming (1368-1644) mentre Okinawa era governata da un re, Satto. Quando  i Ming presero il potere, Satto si recò a rendere omaggio all'imperatore cinese, per ottenere da lui una conferma del suo diritto a regnare, diritto che gli fu accordato. Da quel momento si  infittissero  i rapporti commerciali fra l'isola e la Cina. Questo fu il primo canale di possibili influenze.

Il secondo fu costituito dall'invio di diplomatici cinesi (Sappushi) nell'isola.

Il primo Seppushi giunse nel 1372 con al suo seguito soldati, oggi definiti guardie di sicurezza o guardie del corpo.

Naturalmente essendo dei soldati erano anche esperti nel Kempo. Il soggiorno variava dai 3 ai 10 mesi. E' facile supporre che molte volte i cinesi si allenassero con la gente del luogo. L'intervallo di tempo tra l'invio di un Seppushi ed un altro era abbastanza lungo, di solito avveniva ad ogni cambio di re.  In questo intervallo di tempo si suppone che i praticanti isolani avessero tutto il tempo per elaborare e trasformare ciò che avevano imparato. Wanshu, un Seppushi giunto ad Okinawa nel 1683, ci fornisce la testimonianza storica di questo interscambio, il suo nome é rimasto legato ad un kata: Wanshu. Ed ecco come consuetudine che la storia si confonde con la leggenda che dice che il karate si sviluppò ad Okinawa e divenne popolare presso gli isolani, poiché due differenti decreti stabilirono il divieto a possedere armi (1429 e 1609).

Intorno al 1429, dopo che il re Chuzan proibì l'uso delle armi, si sviluppò la forma di combattimento chiamata Tode.

Il termine To stava ad indicare la provenienza cinese di quest'arte (To - dinastia Tang) mentre Te, cioé mano poteva venire pronunciato De.

 

Nel 1609 Shimazu ripristinò l'editto, e quindi non solo il combattimento con le mani si ampliò, ma anche quello con le armi, soprattutto basato sugli attrezzi agricoli, che prese il nome di Kobudo.

Si presume che sia una leggenda poiché gli inviati cinesi, non avevano contatto con i contadini o i pescatori, ma con n pari grado della corte di Okinawa. Quindi gli allenamenti si svolgevano fra gli appartenenti alle classi alte dell'isola.

Personalmente sono convinto che nelle leggende c'é sempre un pizzico di verità e per cui non escluderei che ambedue i fattori, storia e leggenda, abbiano contribuito, su due direzioni differenti, allo sviluppò delle Arti marziali.

Un altro maestro  da ricordare, fu Kushanku che ci lasciò il kata Kanku dai ed anche perché nel 1756 eseguì una dimostrazione di kempo cinese.

Sempre nel 1372 giunsero cinque famiglie cinesi in aiuto allo sviluppo ed al progresso dell'isola. I nomi erano Tei, Rin, Kimu, Sai e Ryo. Queste famiglie, attraverso i figli che studiavano, continuavano ad avere contatti con la Cina, e sicuramente fra di loro c'era qualche studioso di kempo cinese. Nel 1886 in una manifestazione di arti marziali a Kumemura, la prima pubblica, persone appartenenti a queste famiglie presentarono i kata: Seisan e Superimpei, oltre a tecniche di Bo (bastone lungo), Nunchaku (attrezzo per battere il riso o il grano) e di kumite (combattimento).

Nel primo periodo si rese famoso il maestro Sakugawa conosciuto addirittura come "Tote Sakugawa" - Sakugawa mano cinese - visse dal 1733 al 1815 e si presume il primo vero fondatore del karate.

Il monaco Takahara fu il suo primo maestro.

La leggenda vuole che Sakugawa un giorno vide un elegante cinese appoggiato al parapetto di un ponte della città di Shuri.

La tentazione di spingere in acqua lo straniero fu per Sakugawa troppo forte, ma quel cinese era il famoso Kushanku. Avvilito e probabilmente malconcio, Sakugawa chiese scusa a Kushanku e gli chiese di diventare suo allievo. Fu accettato e dopo molti anni egli a sua volta diventò così forte, saggio e famoso da essere soprannominato Tote - karate. Si ricorda, anche per l'uso del Bo, un suo kata si chiama Sakugawa no kun.

Suo allievo fu Matsumura sokon (1798-1890) creò il kata Matsumura bassai giunto a noi come Bassai dai. Matsamura insieme ad altri maestri dette il contributo a questa espansione e all'organizzazione delle tecniche in un corpo unico ed al passaggio del "Te" in Okinawa-te.

Fra essi, i maestri Chatanyara, Teruya e Uku, poi Makabe e Ukuda ed uno specialista cinese di nome Iwa.

I maestri di quell'epoca non insegnavano il modo di usare le varie tecniche delle combinazioni o dei kata, ma insegnavano la forma e lasciavano che ognuno capisse da solo il significato.

Quando l'allievo dimostrava fedeltà e che non avrebbe utilizzato male le tecniche apprese, il maestro, allora, si prodigava in tutte le spiegazioni possibili d'impiego delle tecniche contro un avversario. Ai maestri non interessava avere molti allievi. Si può dire che adottavano l'allievo o gli allievi solo al fine d'insegnare bene l'arte da loro appresa. La trasmissione di padre in figlio era la cosa più normale.

 La palestra erano i boschi, la spiaggia o il giardino.

Una classe era formata da poche persone, la lezione consisteva nell'esecuzione di kata e in un esercizio chiamato Kake (di provenienza sicuramente cinese, nel Tai chi ch'uan viene chiamato Tui sho e consiste in una serie di esercizi da eseguire polso contro polso). “Polso contro polso, la mano aperta, ci si rendeva immediatamente conto della forza, dei riflessi, della capacità di concentrazione dell'avversario”. Chi capiva di essere più debole, dopo aver provato Kake, ringraziava il suo avversario e andava a praticare ancora kata.

A secondo del luogo d'origine in cui si praticava l'Okinawa -te, si svilupparono tre stili fondamentali:

Il Tomarite (porto di Tomari) da cui provengono i maestri Matsumora (1829-1898), Oiadomari, Yamada e Maeda.

Il Shurite (castello di Shuri) da cui provengono i maestri Itosu (1830-1914) e Azato (1826-1906) che diventarono i maestri di Gichin Funakoshi. In particolar modo nella città di Shuri sorse una scuola chiamata Shorin, caratterizzata da movimenti agili eseguiti in veloce successione. kata tipici di questa scuola: Taikyoku shodan, Taikyoku nidan, taikyoku sandan, Heian shodan, Heian nidan, Heian sandan, Heian Yodan, Heian godan, Bassai dai, kanku dai, Empi e Gankaku.

Questi maestri pur creando due stili diversi furono allievi di Matsumura.

Infine il Nahate fondato dal maestro Higahonna (1852-1915) che si recò in Cina per studiare il kempo cinese del sud.

In particolar modo nella città di Naha si formò una scuola chiamata Shorei, caratterizzata da posizioni radicate e da movimenti lenti, ma pieni di forza. kata tipici di questa scuola:

Tekki shodan, Tekki nidan, Tekki sandan, Hangetsu, Jion, Jitte e Ten no kata.

 

Un ulteriore stile apparve con i maestri Nakahima (1819-1879) e Sakyama che anche loro andarono in Cina a studiare il kempo e fondarono una loro scuola: il Ryuei ryu.

Al maestro Itosu va il merito di aver iniziato un allenamento standard adatto per poter essere introdotto nelle scuole e nella polizia.

Ecco come la pensava il maestro Matsumora:"Esistono tre tipi di praticanti di Budo.

Il primo conosce tante tecniche, vuole dimostrare di essere abile, capace di sapere, ma non va in profondità. La sua é una conoscenza superficiale, tutta di apparenza.

Il secondo pratica solo per battere gli altri. E' un soggetto che spesso litiga con gli altri praticanti per la sua smania di vincere, rovina gli altri e sé stesso; alla lunga diventa una vergogna per la sua famiglia, i suoi amici e per sé.

Il terzo è il vero praticante di Budo. Crede nella ricerca del miglioramento fino all'ultimo, sia in generale, sia per quanto riguarda sè stesso. Sa che per riuscire bene nella parte tecnica della propria disciplina é necessario mettere apposto la propria coscienza. Sa, quando si trova a combattere, che bisogna attendere che l'avversario abbia un disequilibrio al suo interno;a quel punto rubando il cuore dell'avversario, lo vince. Praticando in questo modo, le capacità diventano di alto livello mettendo  in pratica la propria forza in ogni momento. Non avrà occasione di liti con altri, non perderà con nessuno".

Ma per giungere più vicino ai giorno nostri dobbiamo partire dal maestro Gichin Funakoshi (1866-1957) fondatore dello Shotokan - scuola della casa di shoto -. Shoto era il nome che Funakoshi usava per firmare i suoi lavori di calligrafia, significa "onda di pino", un soprannome che egli scelse perché amava molto contemplare i boschi di pini che ondeggiavano al vento.

All'inizio del 900, l'allora principe Hiro Hito, compì una visita ufficiale ad Okinawa.

In quell'occasione fu eseguita la prima dimostrazione pubblica di karate. Il maestro Funakoshi era presidente dello Shobukai, l'associazione per la promozione delle  arti marziali ad Okinawa, oltre che, docente  di karate nella scuola superiore per insegnanti. Succesivamente, nel 1920, il ministero dell'educazione di tokyo decise di organizzare una prima manifestazione di Kobudo e Karate a Tokyo. Per la prima volta, l'arte marziale di okinawa varcava il suo territorio per presentare la sua arte ad un pubblico più vasto. Il successo fu notevole tanto che altri maestri come Motobe, Mabuni, Mijagi e Tyoyama vennero dalla loro isola del sud per far conoscere i loro stili.

 

Mabuni kenwa (1889-1952) fondatore dello Shito ryu. Shito é un nome che deriva dai caratteri giapponesi dei maestri Itosu e Higaonna. Mabuni studiò, infatti, con i maestri di entrambe le scuole.

 

Chibana Asanogu (1887-1941) fondatore dello Shorin ryu.

 

Motobu Choki (1870-1941) fondatore del Motobe ryu.

 

Otsuka Hironori (1892-1982) fondatore del Wado Ryu che significa "Via della pace".

 

Miyagi Chijun (1888-1953) fondatore del Goju ryu, che deriva dalle parole giapponesi goken (pugno forte) e juken (pugno morbido).

 

Uechi kambun (1877-1948) e Uechi Kanhei (1911 vivente) fondatori del Uechi ryu. Ecco come spiega il maestro vivente la famosa frase "Karate ni sente nashi". "Il karate non attacca mai per primo". "Il significato di questa frase appare semplice, anche se presuppone dietro di sé una teoria filosofica.

Ma ci sono due spetti da prendere in considerazione in questa frase.

Il primo é spirituale: il karate non deve attaccare per primo, non deve prendere l'iniziativa dell'attacco, non deve essere all'origine della violenza. C'é però un aspetto fisico molto importante, senza il quale il primo significato viene a perdere di valore.

Se anche uno attacca per primo, non é detto che sia lui a vincere.

 E' decisiva l'esperienza, l'allenamento che ciascuno dei due ha dietro di sé. Così se io sono forte, non importa che attacchi per primo e non importa se attacca per primo l'altro, perché perderà subito il suo vantaggio. Allora per riuscire a mettere realmente in pratica "karate ni sente nashi", bisogna unire i due aspetti: quello spirituale (non essere all'origine della violenza) e quello fisico: allenarsi sempre di più e sempre meglio, in modo da scoraggiare chi volesse attaccare per primo".

Con l'entrata nella capitale di tutti questi grandi maestri lo sviluppo del karate fece un balzo da gigante.

Per fare in modo che l'apprendimento fosse più accessibile ai principianti, i maestri divisero la tecnica scomponendo i kata e quindi si aggiunse il combattimento fondamentale per poi evolversi in combattimento semilibero e poi libero.

Non c'erano ancora regolamenti ma si usava il contatto con controllo.

E' un momento d'oro per il karate.

I praticanti fanno un karate duro non solo per una rafforzamento fisico ma anche per un rafforzamento spirituale e morale.

Dall'esperienza di questo periodo nasce il combattimento di gara con regole ben precise ed il controllo prima del contatto; fino,  a travisare tutto ciò che il contenuto delle arti marziali poteva dare moralmente e spiritualmente, creando il Full contact e via via stili su stili solo alla ricerca di un posto nell'olimpo dei grandi maestri.

 

 

     

 CRONOLOGIA DELLE ARTI MARZIALI

 

- 520 D.C.                     

Bodhidharma "Tamo"

- 600-1100 D.C.

Dinastia Tensonshi del Regno di Ryukyu

Primi contatti fra la Cina e Ryukyu.

Sviluppo del Kempo (Tode) in Cina - Dinastia Tang (618-906) d.C.

- 1101-1314 D.C.

Capi locali in gara per il potere ed il controllo di Okinawa

Okinawa viene divisa in tre Regni. Nanzan-Chuzan-Hokuzan.

Shunten diviene il primo re di Ryukyu.

- 1315-1608 D.C.

Età d'oro di prosperità di Ryukyu

Su stabiliscono le relazioni commerciali con la Cina - 1374

Okinawa ha contatti col Siam, l'Indonesia e le Filippine.

Sho Shin diventa re di Ryu kyu nel 1477

Primo bando delle armi del re Sho Shin

Fiorisce l'arte del "Te"

- 1609-1899

Ryukyu invasa dal clan Satsuma del Giappone febbraio 1609

Bando sul possesso di armi del Signore Shimazu

Viene stimolata la pratica del combattimento a mani vuote.

L'arte cinese Kempo e l'arte di Okinawa "Te" si combinano e formano il Karate di Okinawa.

- 1900

Età moderna, il Karate si sviluppa come Budo o Via marziale.

Prime esibizioni pubbliche - 1900- 1903 il karate viene introdotto nelle scuole pubbliche.

Le Arti marziali di Okinawa introdotte in Giappone - 1922

Il karate si diffonde in tutto il mondo  negli anni 1950.

              

(Okinawa Isola del karate di George W. Alexander)

 

                         

 

 

 

 

              

 

 

 

 

LA FILOSOFIA E L'INSEGNAMENTO

 

Quindi se lo Zen, con la sua pratica e la sua ricerca per interiorizzare il mondo, era parte integrante del Kempo, lo stesso era un mezzo per la ricerca di sé stessi ed ancor di più per la ricerca del Sé, di quella Scintilla Divina che giace in noi e che aspetta di essere risvegliata. E' un sistema di liberazione affine al Taoismo, al Vedanta, allo Yoga. Tutto il Giappone ne é stato fortemente influenzato ed ancor di più le Arti Marziali.

Un discepolo, 2.460 anni fa, porgendo un fiore al Buddha, lo pregò d'insegnargli il segreto della sua dottrina; Buddha, senza parlare, toccò il fiore, quindi si mise a contemplarlo. Questo é Zen.

L'antico maestro cinese Kakuang (1100-1200) ha illustrato 10 tappe per realizzare la propria natura interiore, basate sui "10 Tori" del Taoismo primitivo. Il Toro secondo altri é stato invece rappresentato dalla vacca, che rappresenta il Principio Vitale, la Verità in Azione:

1 - il pastore é alla ricerca della vacca: la luce interiore;

2 - scopre le orme: i testi sacri e l'esempio dei saggi, il mondo e l'uomo sono sorti da un medesimo principio essenziale;

3 - scopre la vacca: intravede il vero, i sensi sono raccolti, la porta é penetrata;

4 - prende la vacca: i sensi sono soggiogati con ferrea disciplina;

5 - la porta al pascolo: i pensieri corrono, il controllo mentale permette di vedere la luce, il vero che é nell'interno;

6 - ritorna seduto sulla vacca: la conquista interiore, é sperimentata la vacuità degli opposti e la non distrazione;

7 - resta solo: eliminazione della dualità nell'unità, meditazione illuminante;

8 - la scomparsa di entrambi: scomparsa del dualismo e serenità del Vuoto Infinito;

9 - ritorno alla sorgente: contempla silente e staccato la mutazione delle cose, la disciplina non occorre più nella dimora della verità;

10 - rientra felice nel mondo: é un maestro, fa da sé, non si cura più di seguire gli antichi saggi.

Chi segue lo Zen non spiega, non filosofa, non discute: lo Zen deve essere vissuto, é un'esperienza interiore, é la scoperta di sé stessi, la scoperta di Dio che si manifesta unitariamente in sé stessi e nell'Universo, é l'entrare attraverso l'invisibile porta interna, é l'immergersi di sé stessi partecipandovi nella vita cosmica. Lo Zen insegna a non desiderare la vita e a non temere la morte, per questo conquistò gli antichi samurai che seguivano il culto dell'onore. Lo Zen brucia il dubbio e l'incertezza combattendo le sottigliezze della ragione, tempra la volontà nell'azione con la disciplina, la fermezza di carattere, il sacrificio e l'eroismo. (Yoga - Carlo Patrian)

E   Sai Baba  conferma  lo  stretto collegamento  fra  la  sua  "filosofia

 ( UNIVERSALE) e quella Zen:"

La gente parla del Signore come se Egli avesse una Sua certa natura, una Sua Forma speciale, e così via. Queste affermazioni sono valide fino al punto dove l'immaginazione e la divinazione si possono approssimare alla Verità, ma non sono la Verità Fondamentale. La validità di queste idee arriva al fino al punto al quale giunge la conoscenza pratica del mondo, ma non possono essere estese alla Conoscenza dell'Assoluto. E' infatti impossibile anche solo vedere il Purnam (il Tutto) e tanto meno parlarne".

Ma andiamo a sentire da uno dei promulgatori del karate ciò che insegnava,  all'inizio del 20° secolo.

Alcune massime del m°Funakoshi che insegnava nella sua scuola chiamata Shoto-Kan.

(Il motivo per cui uso la "m" minuscola, non è una mancanza di rispetto, come spiegherò meglio più avanti, Maestro con la M maiuscola si  usa solo per chi ha, caratteristiche speciali: una spiritualità altamente elevata come, Gesù, Buddha, Krishna e nei giorni nostri Sai Baba)…

" La parola "Bu" di Budo ( arti marziali) è scritto con il carattere cinese che significa "fermare" entro un carattere che rappresenta due alabarde incrociate con il significato di fermare un conflitto.

Poiché il karate fa parte del budo, questo significato deve essere considerato profondamente, ed i pugni non devono essere usati indiscriminatamente.

Gioventù è giustizia e vigore. Il vigore viene stimolato dal "bu" (arti marziali) e si manifesta in buone o talvolta cattive azioni.

Pertanto se il Karate-Do è seguito correttamente, migliorerà il carattere e si sosterrà la giustizia, ma se viene usato a torto, corromperà la società e sarà contro l'umanità.

La forza deve essere usata come ultima risorsa quando l'umanità e la giustizia non possono prevalere, ma se il pugno viene usato liberamente senza considerazioni, allora chi lo usa perderà il rispetto degli altri e sarà trattato spregevolmente e censurato per le sue azioni barbare. Ad ogni modo, il giovane dallo spirito impetuoso, nella primavera della sua vita, è portato ad essere temerario in parole ed azioni, così è necessaria la prudenza.

Si deve possedere dignità senza ferocia. Le arti marziali devono portare una persona a questa altezza. Non bisogna comportarsi irreprensibilmente per nessun motivo e causare molestia agli altri.

Maestri e santi possono apparire dei semplicioni. Coloro che sono pretenziosi dimostrano al mondo che sono proprio dei novizi come studenti e studiosi di arti marziali.

Si dice che anche un verme che abbia la lunghezza di un pollice possieda un'anima di mezzo pollice; così come uno continua ad acquisire abilità nel karate deve fare più attenzione al suo modo di parlare.

Ancora, si dice, che più alto è l'albero, più soffia il vento, ma non è vero che il salice può resistere al vento?

Similmente il praticante di karate deve considerare il buon comportamento e l'umiltà come le virtù più alte.

Mencio (filosofo confuciano 372-289 a.c.- Moshi in giapponese) Disse:"Quando il cielo sta per conferire un alto incarico ad un uomo, prima amareggia il suo cuore a questo scopo; lo obbliga a sforzare le ossa ed i legamenti; gli fa soffrire la fame; gli infligge desiderio e povertà e confonde le sue imprese. In questo modo stimola la sua volontà, tempra la sua natura e lo fa pertanto capace di portare a termine ciò che altrimenti sarebbe stato incapace di fare".

Se l'introspezione rivela a noi stessi di essere ingiusti, non conta quanto possa essere abbietto l'avversario, non dovremo forse avere paura? Se l'introspezione ci conferma di essere nel giusto, allora potremo andare contro mille o diecimila avversari.

Un gentiluomo deve essere gentile e mai minacciare; avvicinarsi, ma mai essere impaziente; colpire ma mai umiliare; nessun segno d'indecenza deve trovarsi nella sua dimora; la sua alimentazione non deve essere mai pesante; deve correggere anche un piccolo errore, ma mai accusare. Così deve essere la sua forza di volontà.

Un gentiluomo deve possedere un'apertura mentale ed una forte volontà: Le responsabilità sono pesanti e la via è lunga.

       Fate della benevolenza un dovere della vostra vita.

       Questa è sicuramente una missione importante.

      E' uno sforzo che dura tutta una vita, veramente un lungo viaggio.

Un uomo ordinario estrarrà la propria spada quando messo in ridicolo e combatterà rischiando la vita, ma non sarà mai chiamato un uomo coraggioso.

Un vero grande uomo non viene disturbato anche se messo alla prova da un evento inaspettato o critico, non s'arrabbia se si trova in situazioni non desiderate da lui stesso, e questo perché ha un cuore grande ed il suo fine è alto.

Conosci il tuo nemico e conosci te stesso; in cento battaglie non sarai mai in pericolo.

Quando non conosci il nemico, ma conosci te stesso, le tue probabilità di vincere o perdere sono uguali.

Se non conosci né il nemico né te stesso, sei certo che sarai in pericolo in ogni battaglia.

Vincere cento vittorie in cento battaglia non è la più alta bravura. Sottomettere il nemico senza combattere è la bravura più alta.

Quando gli uccelli da preda attaccano, volano bassi senza allargare le ali. Quando le bestie selvagge stanno per attaccare, si rannicchiano basse con le orecchie aderenti al capo. Similmente, quando un saggio sta per agire, appare sempre leggermente malinconico.

Lin-Hung-Nien dice:" Una pietra senz'acqua è dura. Una calamita naturale senz'acqua dentro è densa. Se un corpo è duro dentro e denso fuori, come può mai essere penetrato? Se qualcosa ha un'apertura, allora può essere riempita. Se una cosa ha un pollice di cavità, allora un pollice di acqua la riempirà".

Tante volte quando si é immersi in una situazione difficile o concentrati troppo su una meta é difficile trovare la soluzione o vedere alcune verità. Una persona al di fuori riesce a vedere completamente la situazione. Come nel kumite (combattimento libero) se il mio sguardo si fissa sul braccio o sulla gamba ho molta probabilità di perdere, poiché non ho la visuale completa del corpo.

Guardare é fissare lo sguardo su un punto in particolare, vedere é non focalizzare lo sguardo su un punto solo ma avere una visione più ampia alfine di poter percepire qualunque movimento e spostamento.

Si  può  dire,  che molti maestri “hanno guardato", e hanno perso di “vedere il tutto”.

Hanno sezionato il karate in troppe parti perdendo la vera essenza, il DO.

 

E' come il medico che cerca di curare una malattia senza considerare la psiche del paziente. Debellerà sicuramente quella malattia, ma ne sopraggiungerà subito un'altra.

Se vogliamo che il Karate-Do sia una disciplina utile all'uomo ed alla sua evoluzione fisico-spirituale, non possiamo estrapolarlo dalla sua origine, dal suo scopo essenziale: l'ILLUMINAZIONE.

Alcuni maestri giapponesi si sono voluti identificare troppo nella figura del samurai e non essendoci riusciti, per mancanza dei requisiti essenziali, hanno perso la strada.

L'alcolismo, la pigrizia, la mancanza di fiducia in sé stessi hanno preso il posto di quei valori che il Karate-Do dovrebbe insegnare. Hanno creduto di trovare i valori fuori da loro stessi, attraverso degli atteggiamenti, delle maschere, senza combattere le loro paure, debolezze, ansie...La tecnica é la parte esteriore del Karate-Do; la parte interiore é quella che dà forza, che crea energia e che trascende la tecnica.

Lo studio del corpo e del movimento porteranno dei risultati considerevoli: la vibrazione dell'anca, la rotazione delle braccia, la spinta delle gambe, la coordinazione, la potenza muscolare; daranno alla tecnica e all'efficienza un risultato ottimale.

Anche il m° Oyama, che ha basato il suo karate su questa metodologia: la forza fisica, nella sua organizzazione (IKO) usa regole molto rigide, direi proprio da monastero, gli aderenti non devono fumare, bere e se non é possibile la castità, sicuramente é necessaria la monogamia. Riescono  a rompere mattoni, muri, blocchi di ghiaccio. Il lavoro al makiwara e simili porteranno ad indurire certe parti del corpo, si avranno risultati eclatanti, esaltanti, ma limitati.

Tutti questi meccanismi ed allenamenti potranno essere riportati nel kumite o nell'autodifesa con ottimi risultati. I meccanismi corporei (coordinazione, forza muscolare) abbisognano di tempi di esecuzione che saranno diversi a secondo se una persona ha più fibre bianche (ricche di miofibrille, adatte ad esercizi di agilità e velocità); 

o fibre rosse (si affaticano difficilmente attraverso contrazioni lente e pesanti);  a secondo della capacità dei muscoli scheletrici di trasformare l'energia chimica nel loro propellente ATP (adenosintrifosfato) in energia meccanica che consente la contrazione muscolare; a secondo della coordinazione tra la contrazione dei muscoli agonisti e la decontrazione dei muscoli antagonisti (legge dell'innervazione reciproca); a secondo dei mitocondri (capillari), alla quantità di protoplasma (sostanza fondamentale della cellula vivente; é la materia organica che possiede tutte le funzioni che caratterizzano i processi vitali - assunzione di ossigeno e cessione di anidride carbonica, nutrizione, riproduzione ecc.) ; a secondo degli enzimi (proteina che regola specifiche reazioni chimiche), ai coenzimi (derivato di vitamine, arrivano in aiuto agli enzimi)  ecc ecc.; in un continuo susseguirsi di meccanismi e reazioni chimiche e biologiche.  In funzione della nostra alimentazione, della nostra psiche, del nostro pensiero, del nostro modo di vivere questi meccanismi mutano. Solo una disciplina mentale e spirituale potrà equilibrare tali trasformazioni. Quindi dopo lo studio dei meccanismi corporei, dell'allenamento specifico muscolare, il rafforzamento di alcune parti del corpo ci troveremo a fare i conti con delle leggi universali ancora per noi difficili da disciplinare se non attraverso determinati esercizi spirituali. Tutti questi allenamenti con l'avanzare dell'età darebbero risultati diversi e man mano perderebbero la loro funzione specifica, poiché basata sulla parte esteriore del corpo.

Per ottenere i massimi risultati la conoscenza e lo studio devono andare oltre quella del corpo, lo studio deve essere dirottato sull'energia interiore che non ha età e tempo: é eterna.

Ci vogliono anni per preparare un corpo forte, scattante e potente. Altrettanti ce ne vogliono per mantenerlo ai livelli ottenuti, poi piano piano ci sarà una discesa, é un fattore fisiologico a cui tutti siamo predestinati. I tempi saranno diversi a secondo delle caratteristiche individuali, ma comunque irreversibile. Come una piramide: si toccherà l'apice per poi ridiscendere inesorabilmente: questa é la vita.

Questo non vale per la parte spirituale che é solamente in evoluzione.

Il m° Ueshiba e tanti altri, anche a tarda età, riuscivano a battere combattenti giovanissimi e fisicamente molto più forti, poiché usavano l'energia interiore e non certamente quella fisica. Riuscivano ad intuire la tecnica dell'avversario e a sfruttarne l'energia. Era una conoscenza superiore che andava al di là dell'allenamento fisico, delle tecniche e del potenziamento muscolare.

Le leggende di alcuni maestri antichi ci insegnano che non avevano bisogno di combattere per ottenere la vittoria, era sufficiente uno sguardo per capire la forza interiore, il KI dell'avversario e per abbandonare lo scontro.

 

Nessuna violenza, nessun spargimento di sangue, ma solo una battaglia interiore. Ma sicuramente non é da tutti, ci vogliono anni e anni di allenamento e di una fede profonda verso determinati valori spirituali ed universali.

Il m° Gichin Funakoshi, il m° Ueshiba e altri, si sono differenziati dalla massa proprio per la loro grande spiritualità, per il loro insegnamento basato sui valori morali e spirituali. Tutto ciò li ha portati ad una tecnica eccelsa; attraverso l'arte marziale avevano scoperto energie interiori che li hanno portati ad essere “la tecnica stessa”.

       Era l'elevazione delle Arti Marziali.

Lo scopo per cui si persegue una strada é molto importante. Inizialmente il karate si pratica per difesa , per soddisfare ed elevare il nostro ego; poi con il  tempo lo scopo cambia (dovrebbe cambiare) s'interiorizza, poiché dovrebbe subentrare una consapevolezza, della realtà che ci circonda, più concreta e matura. Ci si accorgerà che il corpo é importante solo come mezzo di elevazione spirituale, ma che non siamo solo  corpo, ma Energia. Scopriremo che il corpo é vacuità, come tutto ciò che lo riguarda e lo circonda, poiché tutto è temporaneo; che l'ego é la causa che blocca questa crescita interiore, e  proietta i suoi desideri verso l'esterno alla ricerca del potere, della ricchezza, degli oggetti, in una continua, forsennata e spasmodica ricerca del piacere accorgendoci che non c'é fine (finito un desiderio ne sorge subito un altro).  Solo la ricerca dell'Energia Interiore  ha ragione di “essere scoperta”  poiché é l'unica eterna realtà.

Niente veniva insegnato senza un abbinamento filosofico-religioso,  se non per uno scopo preciso: l'Illuminazione.                        

La terra d'Oriente continua ad insegnare da millenni che Dio è dentro ognuno di noi.

Sai Baba lo ripete e ne dà continuamente prove e verifiche.

Poi ognuno ha voluto usare il suo vocabolo: Energia, Ki, Chi, Gesù, Buddha, Krishna, Spirito santo,....ma la sostanza non cambia; non abbiamo abbastanza vocaboli per poter spiegare e comprendere DIO.

Possiamo solo intuirLo, sentirLo. Gli orientali e tutti i grandi Maestri spirituali e Avatar, per trasmetterci e spiegarci questa energia lo hanno fatto con i simbolismi, le favole , le parabole, sapendo che la nostra mente é un filtro molto potente e purtroppo da noi non ancora controllato.

 

Una vecchia leggenda indù racconta : " Un tempo tutti gli uomini erano dei. Essi però abusarono talmente tanto della loro divinità, che Brahma, Signore degli dei decise di privarli del potere divino e di nasconderlo in un posto dove fosse impossibile trovarlo.

Il grande problema fu dunque quello di trovare un nascondiglio. Quando gli dei minori furono riuniti a consiglio per risolvere questo dilemma, essi proposero la cosa seguente:

"Seppelliamo la divinità dell'uomo nella terra".

Brahma tuttavia rispose:

"No non basta perché l'uomo la scoverà e la ritroverà".

Gli dei allora replicarono:

"In tal caso nascondiamola nel più profondo degli oceani".

E Brahma di nuovo rispose:

"No, prima o poi l'uomo esplorerà le cavità di tutti gli oceani e sicuramente un giorno la ritroverà e la riporterà in superficie".

Gli dei allora replicarono:

"Nascondiamola sulla più alta montagna".

E Brahama di nuovo rispose:

" No, prima o poi l'uomo riuscirà a scalare anche la più alta montagna ed allora la ritroverà".

Gli dei minori conclusero allora:

"Non sappiamo dove nasconderlo, perché non sembra esistere sulla terra o in mare luogo alcuno che l'uomo non possa un giorno raggiungere.

E fu così che Brahma disse:

"Ecco ciò che faremo della divinità dell'uomo, la nasconderemo nel suo IO più profondo e segreto, perché è il solo posto dove non gli verrà mai in mente di cercarla.

A partire da quel tempo, conclude la leggenda, l'uomo ha compiuto il periplo della terra, ha esplorato e scalato montagne, scavato la terra e si è immerso nei mari alla ricerca di qualcosa, che si trova dentro di lui".

Ecco questo è il loro modo di far intuire le cose, di renderle comprensibili. Un modo adatto per noi mortali. per cercare di capire ed intuire ciò che è impossibile spiegare. Mosè usò Adamo ed Eva, la mela e il serpente, per spiegare ciò che a quei tempi, popoli di pastori, era impossibile che capissero; le energie cosmiche, il negativo e il positivo, il big bang, Prakriti e Purusha, yin e yang...Bisogna immergersi nelle cose per ottenere l'intuizione e infine la comprensione.

 

Possiamo girare tutto il mondo, leggere volumi interi: filosofici, religiosi, di psicologia ... in tutti troveremo la stessa risposta: un Energia Interiore, a cui ognuno ha dato il suo nome.

Ognuno crede,  che la propria pratica, per raggiungere la meta o per ottenere determinati risultati, sia la migliore.

Bisogna risalire sempre ai primordi. Una delle civiltà più antiche è l'India. In India è nato lo yoga, che comprende vari metodi  per convertire l'umano in Divino (L'Hata yoga quello maggiormente conosciuto in occidente é solo uno scalino della lunga scala da percorrere che lo Yoga consiglia).

Dallo Yoga molto probabilmente è nato il kempo, poi il kung fu (wu shu),  con tutti i suoi stili, poi il karate, il judo e via, fino a giungere al full contact e vari altri metodi che hanno perso ogni valore e spirito.

La matrice comunque rimane spirituale e religiosa. tutte queste discipline sono  solo  dei  mezzi  per  scalare  un  monte  ed arrivare alla vetta, che è

però sempre ricoperta da nuvole,  tante volte si crede di essere arrivati, ma è solo una pausa per riprendere poi il cammino.

Molti credono che il fine delle arti marziali  o dello yoga sia ottenere poteri straordinari e che chi arriva ad ottenerli sia un grande "Maestro", ma è un'illusione, la vetta è più in alto.

Ecco che lo studio delle arti marziali prende un'altro aspetto, non  solo  ricerca di un miglioramento fisico, ma ricerca molto più profonda e faticosa.

Sai Baba dice:

" Qual'è la cosa più bella?

L'Universo perché è la Sua opera.

Qual'è la cosa più grande?

Lo spazio, perché contiene tutto ciò che Egli ha creato.

Qual'è la cosa più costante?

La speranza, perché esiste anche dopo che l'uomo ha perso tutto.

Qual'è la cosa migliore?

La virtù, perché senza di essa non esiste niente di buono.

Qual'è la cosa più veloce?

Il pensiero, perché in un istante può volare sino al termine dell'Universo.

Qual'è la cosa più forte?

La necessità che rende l'uomo capace di affrontare i pericoli.

Qual'è la cosa più facile?

Dare consigli.

Qual'è la cosa più difficile?

Conoscere sé stessi".

Il karate diventa il mezzo per la ricerca di sé stessi e del Divino insito in noi e quindi di valori morali e spirituali (Amore, Rettitudine, Autocontrollo, Verità, Non violenza...). Ogni esercizio, ogni insegnamento deve essere svolto come mezzo per scoprire e raggiungere la nostra parte più intima e profonda, la parte dove risiede il meglio di noi, dove c'è quell'Energia Cosmica (Ki, Chi) chiamata Dio.

Per raggiungere questa Energia occorrono certe caratteristiche o quantomeno una sola che racchiude poi tutte le altre: la Purezza (Amore, Altruismo, Rettitudine...); quindi la totale mancanza di superbia, arroganza, egoismo...I vari Maestri (molto pochi  possono arrogarsi il diritto di usare questo appellativo con la M maiuscola), ottenevano risultati molto eclatanti: poteri particolari, forze interiori spettacolari ecc  ecc, le leggende orientali e le storie indiane sono piene di questi episodi. Questo avveniva perché attraverso il corpo, la disciplina, la concentrazione, la meditazione, i riti... sviluppavano qualità spirituali.

Quando ho detto pochi, intendevo dire che ottenuti questi poteri particolari, alcuni li usavano per scopi egoistici o addirittura violenti, per cui i Maestri che continuavano verso "la vetta" e comprendevano che quei poteri erano solo illusione o una prova erano pochi e probabilmente non li conosciamo nemmeno, perché non era loro abitudine mettersi in mostra o esternare le loro capacità o poteri.

La meta era molto più in alto: il raggiungimento della Perfezione, Dio (A Sua Immagine e Somiglianza).

Quindi con il karate noi abbiamo la possibilità di sviluppare certe caratteristiche che creino i presupposti per incamminarci sul sentiero spirituale, irto di ostacoli, prove e trabocchetti, nonché pronti anche fisicamente a sostenerne l'arduo cammino.

Se siamo giunti  a vivere in mezzo ai compromessi, alle giustificazioni, alle depressioni e ai vuoti interiori, probabilmente per strada abbiamo perso qualcosa.

 

Dobbiamo ritrovare, rafforzare o aggiungere questi valori per vivere meglio con gli altri, per stare meglio con noi stessi e per ritrovare infine Dio.

Tutto ciò comporta un lavoro non indifferente. Per incominciare bisogna aumentare la Forza di Volontà, per avere quell'energia per superare gli ostacoli che si presenteranno davanti:

-  la Pigrizia;

-  le Giustificazioni ("non sono capace...non posso... non                        

   ce la faccio...ma si, fan tutti così...son fatto così e non

   posso cambiare...");

-  i Compromessi;

-  la Paura, in particolare la saggezza :

"Chi ha paura colpisce per primo.

 Chi ha paura non si fa riconoscere.

 Chi ha paura gira con le armi in pugno e costruisce muraglie.

 Dovete temere chi ha paura.

 E non dovete farvi temere se non avete paura.

            L'uomo che ha paura è martoriato dalle sue colpe.

 Se non si redime umiliandosi camminerà solo per tutta la vita

 finché le sue ossa saranno bianche".

- la mancanza di controllo dei sensi;

- la mancanza di controllo della mente.

Poi con la gratificazione (non l'arroganza e la superbia) di ottenere piano piano dei risultati, attraverso la costanza nel perseguire la meta e la risolutezza di portare a termine lo scopo prefissato, saremo in grado di attaccare e lottare con nemici più forti, e avremo anche la sicurezza di vincere.

Dobbiamo imparare ad abbandonare le qualità animali, la negatività per aumentare la nostra divinità.

L' Amore è la spinta che muove ogni cosa, ed è con questo sentimento che bisogna insegnare e porsi agli altri.

Il Do, la Via, racchiude questo tipo di evoluzione.

Un evoluzione Spirituale e non sicuramente di prestazioni fisiche.

Ecco l'importanza dell'istruttore o del maestro nella ricerca degli esercizi adatti alla maturazione della volontà, della forza interiore; l'importanza di conoscere la filosofia e la religione; l'importanza d'insegnare col cuore; l'importanza di conoscere la grande responsabilità che si ha nel dare il giusto indirizzo ad una disciplina che potrebbe diventare, solo un insieme di tecniche per uso violento o per fini egoistici.

Ecco la motivazione della ricerca del significato più profondo dei kata, del kumite, della gara, del significato degli esercizi, di un allenamento portato al limite delle proprie possibilità, nel comprendere la disciplina, nel saperla quindi accettare e non subire, della comprensione delle regole, dei riti, delle gestualità.

Lo Zen dice:

"Non esistono cancelli sulla via della vita che non lascino passare chi vuole proseguire. Se volete arrivare in qualche luogo, seguite una via qualunque; ce ne sono centinaia e sono tutte uguali. Se, fortunatamente, riuscirete nel vostro scopo, la Via sparirà e voi diventerete la via".

Ed ancora lo Zen dice:

"Non esistono vie per la vostra vita. Voi stessi siete la Via"

Dio significa Luce, ed ecco che lo Zen lavora per ottenere l'illuminazione. Lo Zen era tutt'uno con il karate e con il Budo.

La guarigione è l'annullamento delle tenebre e la visione della luce.

Molti libri sono stati scritti da persone che sono state molto vicine alla morte; tutti raccontano la stessa cosa: un tunnel e in fondo una grande Luce accecante, fortissima e una sensazione di benessere che pervade interamente la propria anima. Una signora che mia moglie ha conosciuto, malata di cancro, un giorno cadde in coma e spiegò le stesse visioni e sensazioni, tanto che al suo ritorno pianse e si arrabbiò con i  medici perché l'avevano riportata in vita, ad una vita piena di sofferenze, mentre "di là" aveva conosciuto la pace, la serenità aveva conosciuto la Luce.

Per decifrare i significati velati delle Scritture Sacre (la Bibbia, la Bhagavad gita, i Veda, il Corano ecc) bisogna conoscere i simbolismi esoterici, senza questa chiave di lettura la Bibbia e qualunque altro Testo Sacro diventano delle favolette o comunque Testi incomprensibili ai molti. Così anche per le arti marziali, senza la filosofia orientale e in particolar modo lo Zen è impossibile comprenderne il vero significato e scopo, nonché la reale utilità spirituale.

Non dimentichiamo che per gli orientali il centro della vita, Hara, è situato tre dita sopra l'ombelico. In quella zona vi è l'energia concentrata, tanto che il loro suicidio rituale, il seppuku o harakiri, veniva effettuato conficcandosi un pugnale, Tan- to, proprio in quel punto.

 

Noi occidentali, invece crediamo che l'universo sia racchiuso nella nostra mente, e il nostro "suicidio rituale" è un colpo di pistola alla testa.

Questi due modi di affrontare e praticare la vita hanno creato anche un modo diverso d'interpretare Dio e di vivere la vita.

Possiamo trovare mille collegamenti fra le religioni del mondo e scoprire che tutte parlano la stessa lingua ed esprimono gli stessi concetti solo che ognuna ha un suo modo di esprimerli, basta cambiare dei vocaboli e raccontare una storiella diversa per creare fazioni e divisioni.

Quindi facciamo attenzione a non farci intrappolare dai vocaboli, ma ascoltiamo il contenuto e le risposte che stanno in fondo al nostro cuore, non soffermiamoci a lottare per dare un nome a Dio, che importanza ha se la strada da percorrere é per tutti uguale, se la meta è identica, se lo scopo è comune?

 

La saggezza dice:

" Le bacche sono dolcissime, ma le spine ...pungenti.

L'acqua del fiume refrigerante, ma profonda.

Il fuoco riscalda la tua casa, ma può anche arderla.

Così è...nel bene, v'è sempre un po' di male,

nel male, sempre un po' di bene.

Nell'utile, l'inutile.

Nell'inutile, l'utile.

Nel nulla il tutto.

Nel tutto il nulla.

Ogni esperienza deve essere vissuta con grande umiltà,

in essa v'è sempre la possibilità di ripeterne

le piacevolezze e di evitare ciò che è negativo o superfluo".

Lo Yin e lo Yang, il femminile e il maschile, il negativo e il positivo sono sinonimi, in India, di Prakriti e Purusha, che rappresentano l'inizio dell'universo, il nostro Big bang; il bue e l'asino del vangelo ne sono un'altra similitudine (il bue rappresenta Prakriti e l'asino Purusha); Mosè li identificò con Adamo ed Eva. Su questi argomenti sono stati scritti libri interi e le scritture antiche, poco accessibili ai molti, spiegano i Testi Sacri con molta chiarezza. Ma non è l'argomento di questo scritto, né è solo una fonte d'ispirazione.

Il mondo spirituale è fatto di simbolismi, che bisogna saper decifrare, riconoscere.

Il mondo è pieno di questi simboli che ci fanno ricordare le nostre origini, ma che noi abbiamo ormai dimenticato, immersi nella materialità quotidiana e nella ricerca dei piaceri dei sensi.

 

Anche il karate nasconde, come nei kata sono nascoste, varie interpretazioni sulla sua applicazione, quel filo che tutto unisce.

Yin e Yang, Prakriti e Purusha, maschio e femmina, negativo e positivo... in India rappresentano la dualità. lo scopo della vita è l'assorbimento della dualità nell'UNO.

 

Dal "Saggio dei tempi antichi":

"Verrà ora esposta la conoscenza suprema

chi ha orecchi non ascolti

chi ha parole taccia

chi ha mente la vuoti

a nulla servirà sé stesso

in questo scritto:

che non capisca l'essere

capirà il non essere e ciò basta.

Non è un messaggio, non è un racconto, è solo la Suprema Verità, la Via, il Tao.

Il vuoto che tutto contiene, e nulla più, perché nulla più si potrà dire, ne parleranno pensando di parlarne, ma non ne diranno nulla.

La interpreteranno, ma non faranno capire nulla.

Vorranno raccontare di aver capito, ma non racconteranno nulla, ciò basta.

Colui che sa ora racconta a colui che non sa. Ed ora invertite questo e quello, così colui che non sa racconta a colui che crede di sapere.

Di questo non vivrete, di questo nulla farete, a niente servirà ciò che vi dico

e proprio per questo qui è esposta, la Suprema, Santa, Unica Verità.

La voce di un pazzo arriva solo alle sue orecchie. La voce dello spirito giunge a tutte le forme che contiene e nessuna forma esce dal vuoto che le contiene tutte.

Che sia Verità ultima solo gli ultimi lo sapranno.

Che gli altri la considerino la voce di un pazzo, una delle tante nel caos. Ciò basta".

Non più alti e bassi, non più gioia e tristezza, piacere e dolore, non più la vita come un pendolo, ma l'equanimità. La ricerca dello Zen è medesima, non più odio e amore, non più una mente che oscilla in un turbine di pensieri, ma la Via della Pace interiore, la Via della Beatitudine, che si ottiene solo eliminando gli opposti.

La Conoscenza  interiore(naturalmente non libresca o intellettuale) porta a vedere che tutto è UNO.

Mochi bun in Giappone vuol dire "capacità di comprendere".

Ecco cosa dice il m° Seikichi Toguchi caposcuola del Shorei kan in Okinawa:

 "La capacità di comprendere di ognuno differisce da quella di ogni altro essere umano. Dieci uomini che esprimano la stessa idea e lo stesso evento, ne daranno dieci diverse interpretazioni. Tutto ciò accade perché ognuno dei dieci ha un'origine differente, un carattere differente, una differente educazione, differenti esperienze.

Questa diversa capacità di comprendere è la causa della difficoltà dell'insegnamento. Descrivere la neve a un giapponese che non l'ha mai vista, non è cosa difficile di per se stessa. Potete usare parole descrittive come: bianca, fredda ecc. Ma è veramente difficile che l'uomo capisca veramente che cosa è la neve. Non importa quante parole usate per descriverla, la sua comprensione sarà sempre incompleta, finché non avrà sperimentato di persona la realtà della neve. Così la sua mancanza di esperienza, limita la sua capacità di comprensione.

Nel mondo di oggi, ci sono molte cose da conoscere, e molte di esse sono così specializzate, che la nostra comprensione è limitata ad una piccola parte di esse. Ciò è dovuto alla semplice impossibilità fisica di sperimentare di più di una piccola parte del tutto.

Ma non lasciate che ciò vi scoraggi. La conoscenza di tutte le cose non porta necessariamente alla comprensione di tutto. La cosa importante è sviluppare la propria capacità di comprendere, in relazione alla propria personale vita di ogni giorno. Il resto verrà. Vediamo insieme come.

Ci sono principalmente due generi di conoscenza: la prima conoscenza è intellettuale e può essere raggiunta sperimentando le cose e gli eventi, ma né le une né gli altri, hanno importanza nel farvi comprendere, finché non le assorbite pensandoci e rappresentandole alla vostra vita e alla vostra esistenza.

Il camminare è un buon esempio di una conoscenza senza comprensione. Naturalmente voi sapete come camminare. Nessuno ve lo ha insegnato. Lo avete imparato con l'esperienza. Ma voi "comprendete" il camminare? Probabilmente no. Solo pochi veri specialisti e dottori studiano che cosa sia camminare, quanto faccia bene, come sia collegato alla salute, quali muscoli si usino, come sia collegato alla respirazione, ecc. La maggior parte di noi cammina. Abbiamo la conoscenza di come farlo, ma non lo comprendiamo.

Questa conoscenza senza comprensione, si applica anche alla nostra vita quotidiana. Molti di noi sanno come si vive. Sentiamo la gente che ci dice come vivere, come il fatto di accumulare beni materiali renda la loro vita più facile.

Sperimentiamo sempre quanto sembri migliore la nostra vita quando abbiamo queste cose. Certamente, inseguendo questi beni materiali, possiamo dire di conoscere la vita. Ma non possiamo affermare di comprendere la vita. Spesso nel mezzo del successo materiale, sentiamo la grossa angoscia del vuoto e della sconfitta interiore. Non abbiamo compreso la vera relazione tra le cose materiali e la nostra vita, perché abbiamo accettato ciecamente la conoscenza dataci dal mondo, senza rivolgere gli occhi al nostro Mochi bun, alla nostra capacità di comprendere, alla conoscenza per analizzarla e per scoprire la vera relazione.

Lo stesso è vero nel Dojo di karate. Possiamo ricercare la perfezione nelle tecniche. Possiamo raggiungere la perfetta conoscenza delle tecniche, ma nel bel mezzo della nostra comprensione del karate e di tutto ciò che esso significa. Il karate può essere usato per sviluppare il nostro Mochi bun allo stesso modo in cui sviluppiamo le tecniche. Questo è il vero tesoro che possiamo trovare sulla Via del karate.

Il completamento della conoscenza, comprendendo attraverso la ripetizione delle esperienze e prestando attenzione all'esperienza stessa, aumenterà e rafforzerà la nostra capacità di comprendere così come la ripetizione degli esercizi rafforzerà i muscoli. Allora il vostro Mochi bun sarà sempre con voi, anche quando sarete vecchi e i vostri muscoli cominceranno ad indebolirsi.

Dedicarsi allo studio di una cosa per tutta la vita, può farvi raggiungere la completa comprensione di quella cosa. Nel completare questa comprensione sviluppate la capacità di comprendere tutto il resto. Il vostro Mochi bun può essere rivolto alla comprensione della vita stessa. Così molti degli antichi spadaccini, usavano la loro spada non come un'arma, ma come mezzo per allenare la loro comprensione della vita stessa. Lo stesso era vero per Sen-no-rikyu, creatore della cerimonia del tè.

Tutto ciò può avere valore anche per il vostro studio della Via del karate. Il karate come puro e semplice esercizio fisico, o come semplice sport, può esservi davvero utile. Ma può anche significare molto di più. Quanto possa significare dipende da voi.

La vostra mente è come un bicchiere di vino, e la comprensione è come un vino delizioso. Se il vostro bicchiere è piccolo potrà contenere solo poco di questo prezioso vino. Più grande è il bicchiere, più vino potrà contenere.

Io vorrei che ogni persona che studia il karate fosse come un grosso bicchiere, e ricevesse il più possibile del vino prezioso della

comprensione così che possa rendere il suo spirito forte e la sua vita completa".

Senza togliere niente all'insegnamento tecnico, vorrei solo aggiungere che più maestri di questo livello insegneranno nei Dojo, più la qualità del Karate-Do e la formazione di persone consapevoli e forti cresceranno e l'insegnamento prenderà una veste di alto valore spirituale e formativo.

Gesù disse:" Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te"; e un saggio disse:"Il tuo occhio sembra infinito, tutto può vedere, ma non sé stesso. La tua spada sembra potente, tutto può recidere, ma non se stessa. La tua bontà sembra così inutile invece è più potente della spada e veramente infinita. Essa può nutrire gli altri e contemporaneamente te stesso. Nessuno fa qualcosa agli altri senza fare qualcosa a sé stesso. Se farai del male ti farai del male, ma se farai del bene, ti farai del bene".

Ma ritorniamo alla pratica del karate per tentare di riconoscere alcune simbologie e trarne beneficio per noi ed eventualmente per qualche allievo.

Ma ecco  ancora lo stesso maestro di karate di Okinawa cosa dice e cosa insegna nella sua palestra:

"Jyutsu si riferisce alla destrezza, al grado o livello dell'abilità tecnica...Do, va molto oltre questo. Come abbiamo detto Do significa "Via", ma è un significato allegorico. La Via è il modo di vivere, la strada che ognuno deve percorrere per realizzare il suo vero "essere". Nel Buddismo Zen lo scopo della vita è l'illuminazione ed il Do è il modo in cui ci si arriva.

Do in giapponese, Tao in cinese tutte e due s'identificano con la parola Dharma(che già prima abbiamo visto il suo significato di legge universale, dovere morale, regole di vita).

L'illuminazione è anche il vero scopo delle arti marziali. Anche nei tempi antichi i praticanti di arti marziali si sforzavano di perfezionare il loro jutsu non per l'interesse nelle tecniche in se stesse, ma piuttosto come un modo per seguire il Do e raggiungere l'illuminazione.

Per chiarire meglio tutto ciò al mondo moderno, le arti marziali hanno cambiato i loro nomi da jyutsu a Do. Così il karate Do è il modo per raggiungere l'illuminazione attraverso la pratica del karate.

Seguire il Do è facile per tutti, perché è la cosa più naturale da fare per un uomo. Per realizzare la nostra vera esistenza, il nostro vero significato, per essere veramente noi stessi, dobbiamo tutti seguire questa via per tutta la nostra vita. Ma mentre è facile perché è naturale, seguire questa via è estremamente difficile in quanto la maggior parte di noi non riesce a trovarla oppure a rimanervici una volta trovata. Noi non riusciamo a vedere il nostro vero "io" ed il nostro Do; trovare la Via richiede uno spirito forte e molta perseveranza. La vita dei monaci Zen è un esempio sia della semplicità che della difficoltà della Via.

Nei nostri dojo, noi siamo molto cortesi tra noi. Una volta lasciato il dojo, comunque, molti di noi si lasciano le buone maniere alle spalle. Noi siamo una persona nel Dojo ed un'altra di fuori. Molti praticanti possono pensare che noi andiamo nel dojo per imparare la cortesia e le buone maniere allo stesso modo delle tecniche di karate. Sicuramente è bello imparare queste cose dal karate. E' meglio che non imparare niente. Ma questo non è il vero proposito di chi studia karate nel dojo. Non voglio dire che non occorre imparare la cortesia e le buone maniere, anzi si dovrebbero conoscere prima di entrare nel dojo. Intendo dire che in un dojo di karate si dovrebbe imparare qualche cosa di più alto della cortesia se state per trovare la Via. Il Karate-Do deve invadere interamente la vostra vita sia dentro che fuori dal Dojo. Dovete diventare una sola persona, una sola personalità, la vostra vera personalità".

Naturalmente il maestro non intende dire di allenarsi 24 ore al giorno con le tecniche e i kata, ma per 24 ore al giorno bisogna lottare e modificare le nostre debolezze, le nostre paure, il nostro carattere. Sai Baba dice che la meditazione non è solo una, due o tre ore al giorno, ma bensì 24 ore su 24. Ogni nostro gesto, ogni nostra parola deve essere fatta consapevolmente, e nel caso di errori, prenderne nota e cercare di modificare. Questo è quello che dice anche lo Zen.

 

              

Continuo,con la didattica materia da trattare con la massima concentrazione.

Non si tratta solamente di preparare un programma tecnico in cui si dice che prima bisogna eseguire il TAISO, poi il KIHON, in seguito i KATA ed il KUMITE per poi terminare con degli esercizi di potenziamento. Si tratta di creare un rapporto, un feeling con gli allievi e questo non avviene se non attraverso strade energetiche non definibili, né tantomeno spiegabili tecnicamente.

E' l'intuito che proviene dall'esperienza, o da quel sentimento che é dentro di noi fin dalla nascita e che noi chiamiamo amore.

La didattica deve adattarsi alle esigenze dei tempi, del luogo e delle persone. Non possiamo pensare che ci sia una didattica definita, ognuno deve crearla in funzione di ciò che é e di ciò che lo circonda. Lo scopo, è  di educare, di trasformare, di maturare sia intellettualmente che spiritualmente. Non vorrei che si confondesse l'adattamento con il lassismo. Non si tratta di fare una selezione e quindi praticare un karate d'elite, ma bensì é di creare un karate che per ognuno sarà ad un livello diverso: chi fisicamente dotato otterrà dei risultati dal punto di vista del karate-jitsu; altri invece con doti fisiche normali o carenti svilupperanno, pur sempre migliorando fisicamente e tecnicamente, un indirizzo più orientato verso il KARATE-DO. Facciamo un esempio pratico: se nel dojo mi si presenta un ragazzo gracile fisicamente e debole psicologicamente, insicuro di se stesso, non si può pretendere che  esegua gli stessi esercizi degli altri, dato il suo stato d'inferiorità, non riuscirà ad apprendere quanto un altro. Il mio compito, quindi, non é di buttarlo nella mischia e sperare che con la disciplina, l'allenamento pesante e duro, si rinforzi fisicamente e psicologicamente (questo metodo serve per selezionare e non per educare ed insegnare). Dovrò adottare una didattica diversa, lenta e costruttiva che lo porti lentamente ad avere il massimo miglioramento.

Ma vorrei far riflettere più profondamente attraverso il Dott. Maurizio Genolini un maestro di judo.

"Per iniziare l'apprendimento della didattica é importante prima di tutto conoscere che cosa é la didattica stessa e soprattutto intuire l'intimo spirito di questa arte che non si acquisisce con lo studio della materia arida, in sé per sé, con determinate assimilate nozioni, bensì con l'intuito e con quelle doti che sono insite in ciascuno di noi dalla nascita e che, ancestralmente, ci vengono tramandate dai nostri avi a noi, fatalmente, trasmetteremo a coloro che dopo di noi verranno.

 

 

Vivere é arrivare dal passato, entrare nel presente e passare nel futuro che già é attuale. La didattica é la scienza che spiega, che si rende conto, che applica questi concetti e, come l'acqua che in tutto e da tutto si adatta con snodata elasticità e plasticità, anche la didattica si adatta ai tempi, alle esigenze, alle persone, inavvertitamente, ma fatalmente, senza deroghe o limitazioni.

Con queste premesse, con questi inconfutabili assiomi, com'é possibile insegnare ed imparare la didattica ? Capire cos'é l'arte di trasmettere, se non accumulare esperienze per assorbire, dalle origini, tutto ciò che i nostri avi hanno assimilato e che a noi involontariamente hanno trasmesso? Tutto viene, scorre, passa, ma le esperienze fatte lasciano nelle nostre vite le impronte, le scorie, i detriti, le rimanenze indelebili di qualche cosa che é stato e che, tramite noi, sarà ancora e per sempre più oltre. Ciò noi dobbiamo realizzare, parlare, solo parlare per meglio capirci e sentirci più profondamente noi stessi ed uniti tutti nel solo intendimento di fare qualche cosa non per noi, ma per gli altri, per coloro che verranno, così come fa la crisalide che muore per assicurare la vita dei suoi simili ad un futuro che non potrà mai conoscere, ma che é certa, sicura, che verrà. Morire quindi per vivere. Vivere negli altri che a loro volta moriranno per altre vite ancora, nell'eternità, così come dall'eternità siamo venuti. Tutto ciò per poter capire quale immane, immenso problema é lo spirito, l'essenza, l'intimo dell'arte della didattica. La grande maestra che tutto sa ed insegna é l'insieme delle continue esperienze che l'umanità ha fatto e che, giornalmente, da millenni, da secoli, da anni continua a fare. E, come un bambino appena nato, anche noi continuiamo a sprofondare nella notte delle nostre ignoranze, aspettando con il latte della madre, anche tutta quell'esperienza che, tramite il suo grembo, entra in noi e ci fa uomini scienti e coscienti, responsabili e dotti di ciò che non sapevano e che inconsapevolmente abbiamo sempre saputo.

Questa é la didattica naturale che a noi si adatta e ci plasma. Che cosa possiamo noi loro insegnare? Che cosa possiamo noi loro dire se non ciò che sappiamo, che é in noi ed in loro contemporaneamente e che, ignorandolo, già conoscevate? Ciò che anche loro hanno succhiato, come noi tutti, che ora viviamo, per un domani che vogliamo ma che ancora non conosciamo?

Come possiamo noi avere la presunzione di insegnare ad altri come insegnare, come dire loro qualcosa che già loro non sanno o che non hanno almeno inconsciamente già incamerato nel loro "io"?

Quali sono le regole, le norme, il modo, la maniera di dire a questi futuri insegnanti ciò che non sappiamo.

E' più facile ignorare che sapere.

E' più facile sapere che imparare.

E' più facile avere una coscienza che costruirla o costruirsela.

Noi siamo quelli che siamo, fatalmente immutabili, ma dinamicamente mutanti di fronte a quelli che vennero prima, perché da loro ci é stato tramandato il loro originario ignoto che poi si é trasformato in esperienza e conoscenza.

Dire non é possibile, sentire e intuire é facile, perché dalle nostre madri abbiamo succhiato anche il loro sapere e con esso, le nostre future esperienze. Parlare, solo parlare, discorrere, capirsi.

Dire e sentire, ascoltare e pensare, guardarsi reciprocamente nel profondo delle nostre anime e scavare, scavare, per poter dare e ricevere, per comprendere ciò che é in noi e fuori di noi senza remore ed incertezze".

 

 

 

 

 

 

 

                     

                      IL MAESTRO

E

L'INSEGNAMENTO

 

 

Vorrei continuare con alcune riflessioni sull'insegnamento e sulla figura del maestro.

Nella mia esperienza ho potuto constatare che un bravissimo atleta non é necessariamente un buon maestro.

Non basta saper eseguire bene le tecniche, ma bisogna avere un quid in più basato sulla pedagogia, sulla didattica, su un feeling che deve essere dentro a chi vuole seguire questa strada. Ho conosciuto atleti dalle prestanze fisiche eccezionali e che quindi eseguivano delle tecniche con tale naturalezza e velocità da meritarsi elogi e medaglie, ma all'atto di spiegare come ottenere questi risultati o come eseguire una specifica tecnica, purtroppo non riusciva a trasmettere il "suo sapere".

Le sue tecniche erano così naturali che non ha dovuto sudare molto per esprimerle. Altri, per ottenere dei risultati, hanno dovuto sudare e conoscere più a fondo ogni cellula del proprio corpo, ogni esercizio possibile per poter migliorare, così da accumulare un'esperienza tale ed una maturazione da saper non solo trasmettere, ma comprendere le difficoltà e saperle risolvere, oltre naturalmente la passione dell'insegnamento.

Ricordiamoci che il primo punto fondamentale per poter insegnare e trasmettere é avere la massima attenzione da parte dell'allievo, questo può avvenire solamente se la fiducia, la stima ed il rispetto entrano a far parte dell'allenamento stesso.

Non é possibile imparare niente se non si ha una fiducia assoluta nel proprio maestro. questo può avvenire solo se il maestro saprà dimostrare di meritarsela avendo tutte le carte in regola: conoscenza, personalità, rettitudine, saggezza, sensibilità.

Continuerò citando alcuni personaggi noti al mondo delle arti marziali.

Il maestro di judo Augusto Ceracchini che nel testo dell'Accademia di judo scrisse:

"A New York un  uomo cade ed é travolto da una macchina in una tangenziale di scorrimento, l'automobilista che segue lo finisce passandogli sopra e dopo di lui altri ed altri ancora, nel rapido ed irrefrenabile scorrimento continuano a straziare il misero corpo, tanto che, quando la 53° macchina frena e si ferma, dell'uomo non rimane nemmeno la famosa pelle schiacciata del gatto o del cane, ma solo una sanguinosa poltiglia irriconoscibile (cronaca di un giornale dell'8 marzo 1977).

I  giornali  diranno  che  si  tratta  di  un  incidente della strada,     di  un  inconveniente

della circolazione, di un inevitabile pedaggio pagato all'accelerato ritmo della vita moderna. Certamente per quello sconosciuto ed irriconoscibile passante, non si scriveranno proteste collettive, nè si programmeranno manifestazioni di sdegno. La morte di uno sconosciuto e lo scempio del suo cadavere non sollevano in questo caso, addentellati politici, ideologici e razziali. E' soltanto una morte con principio e fine in se stessa,  giustificata dall'inevitabile violenza che si deve concedere al violento progresso sociale, ma un episodio allucinante come quello accaduto a New York rivela tutta l'ipocrisia che ormai é alla base dei rapporti umani; si é visto ovunque fiorire una specie di nuovo umanesimo che mostrava di voler riportare l'uomo alla sua vecchia, naturale dimensione, liberandolo, dopo secoli di alienanti strettoie preorganizzate, politiche ed economiche. Così almeno sembrava ascoltando la predicazione laica, sulla fratellanza, sulla uguaglianza, sull'amore universale, non più masse di uomini, non più popoli ma individui, e tra singoli e singoli reciproco rispetto, cordialità ed amore.

Allucinati da queste nuove teorie, abbiamo tutti versato lacrime per gli sventurati lontani, per le ingiustizie commesse in altri continenti, abbiamo tremato per la sorte di sconosciuti condannati a morte. L'uomo, l'umano, ecco il dato illuministico di questi nostri tempi che sommuove le piazze, raggiunge il chiuso dei governi, disarma la violenza. Un umanesimo però di testa, cerebrale, preordinato che non trova  il minimo riscontro con la realtà viva e cruda. Recepiamo i grandi messaggi d'amore che trasvolano i cieli e i continenti, ma continuiamo ad affidare alla violenza il nostro diritto alla vita, esaltiamo l'uomo nella sua alta integrità, ma ce ne sbarazziamo a colpi di pistola per un sorpasso in macchina; ci struggiamo d'amore per il prossimo ma non cessiamo di sacrificarlo all'egoismo, alla sopraffazione, alla guerra. Parliamo di rispetto universale, come simbolo di pace e di fratellanza universale operante. Ecco l'ipocrisia dei giorni nostri sotto il manto illusorio di sentimenti nuovi che dovrebbe sostituirsi ai vizi della vecchia società, l'uomo diventa più crudele non soltanto con sé stesso, ma specialmente contro gli altri. Percosso dalla follia tecnologica, condizionato da una società delirante, l'uomo perde la sua sostanza, in un frenetico processo che non può concedergli un attimo di tregua, nemmeno quello di fermarsi per raccogliere un ferito. Nella strada di New York giaceva un ferito, non furono tre a passare oltre, come nella storia del Vangelo, furono 50 e più e sul suo corpo non giunse il buon samaritano. E non poteva giungere perché questi credeva nell'uomo e ne rispettava le sue sofferenze. Gli automobilisti invece che hanno affondato le ruote della loro macchina nella carne di quello sventurato pensavano che la morte di un uomo non valesse la pena di una frenata. E quello che hanno creduto è creduto anche da molti altri, anche in altre parti del mondo, magari in diversa maniera, ma con la stessa sostanza. Strano modo di celebrare l'umano e la sua dignità; strano modo di concepire un nuovo mondo, una società migliore, una più accettabile convivenza senza la presenza dell'uomo stesso.

Ho voluto raccontare questo episodio per mettere in evidenza l'imprescindibile  necessità che coloro i quali sono preposti alla docenza, incaricati all'insegnamento e conseguentemente alla guida dei giovani, alla formazione basilare dei loro sentimenti, si rendano conto dell'assoluta necessità del contatto umano, del rapporto diretto, della reciproca stima che deve intercorrere tra umano ed umano, tra docente ed allievo. Molti sono i mezzi e i modi per cercare questo unisono di sentimenti, ma uno principalmente deve essere curato e seguito; il contatto aperto con l'ambiente che circonda il proprio allievo, non dimenticando che non vivono di solo pane, ma soprattutto di calore, di amore, di comunione di sentimenti, di reciproca comprensione".

Anche se scritto 20 anni fa rimane sempre attuale, e fa riflettere maggiormente oggi, dando più responsabilità a chi si accinge all'insegnamento.

Il maestro deve trasmettere la sua esperienza tecnica, ma inevitabilmente trasmetterà il suo pensiero, la sua esperienza di vita.

 Le sue frustrazioni,  negatività,  debolezze e paure dovranno essere controllate e non dovranno ricadere sugli allievi.

Ma soprattutto dovrà cercare una continua maturazione che riuscirà ad ottenere nel continuo approfondimento del Karate.do  e nel continuo scambio tra allievo e maestro.

Il maestro deve essere l'immagine, non di una falsa perfezione, ma, se non della perfezione, di un continuo sforzo a tale ricerca.

Gli allievi sono lo specchio del maestro, il suo comportamento, i suoi atteggiamenti si rifletteranno su di loro, talvolta plasmando i loro caratteri e pensieri.

 Per questo  motivo il maestro non deve creare dei robot, ma bensì creare degli uomini che abbiano una loro personalità.

Le gelosie, i rancori, il desiderio di supremazia, devono essere eliminati per lasciare spazio solo al desiderio di trasmettere l'amore necessario per l'apprendimento di un proprio ideale.

Lo scopo del maestro deve essere quello di rendere autonomo l'allievo, tanto di poter superare il maestro o quantomeno di eguagliarlo ed avendo infine la possibilità di scegliere la sua strada.

Ricordiamoci che il maestro non può insegnare e poi non mettere in pratica ciò che insegna, la sua credibilità crollerebbe inesorabilmente.

Se vogliamo insegnare, dobbiamo credere in ciò che insegniamo e dobbiamo cercare con tutto noi stessi di mettere in pratica le nostre parole.

 La coordinazione spirituale di un maestro é pensiero-parola-azione.

 Non posso dire una cosa, pensarne un'altra e mettere in pratica un pò di uno e un pò dell'altro.

Non posso dire il nome di un kata, averne in mente un'altro ed eseguirlo mischiandoli. Il maestro deve essere coerente con ciò che insegna non solo nel dojo, ma anche fuori dal dojo.

Le persone che vengono a praticare le arti marziali ricercano non solo la tecnica, ma nel maestro qualcuno che possa guidarli ed eventualmente motivarli per aumentare la loro fiducia in se stessi e nelle loro capacità fisiche  e spirituali.

Si sono persi i valori che solo attraverso una disciplina e possibile ritrovare.

Il progresso, il lassismo, la superficialità, la ricerca dell'effimero e del continuo appagamento per il piacere dei sensi, hanno fatto perdere il gusto del sacrificio, la volontà nel perseguire uno scopo, un'ideale, un'aspirazione.

Il sudore, la fatica non fanno più parte del bagaglio umano. Si vuole tutto e subito. L'allenamento del Karate.do deve portare attraverso lo sforzo fisico, il superamento dei propri limiti, gli allenamenti estenuanti di sviluppare interiormente quella volontà che permetta anche fuori di superare ostacoli e problemi che oggigiorno sono veramente tanti.

E' un lavoro difficile, quello dell'insegnamento con questi criteri, poiché dobbiamo  sempre metterci in discussione con noi stessi, dobbiamo ogni volta farci degli esami di coscienza e quindi l'umiltà deve sempre seguirci.

Il maestro ha però, da parte sua, questo continuo rapporto con centinaia di allievi che lo rendono fortunato per poter condividere sé stesso con altre persone e poter nello stesso tempo imparare da loro; e quindi anche onorato di essere utile come educatore.

Un altro maestro Seikici Toguchi caposcuola del Shoreikan in Okinawa scrive:

"I Giapponesi affermano che impiegare due anni per trovare il proprio maestro non significa sprecare il tempo. La scelta di una guida giusta é fondamentale per la comprensione del karate. Qualcuno asserisce che solo i giapponesi possono essere degli autentici maestri di questa disciplina, ma ciò é un'assurdità. sarebbe come affermare che essendo il football nato in Inghilterra i migliori tecnici sono necessariamente gli inglesi, o che per divenire monaci zen o guru yoga é necessario essere nati in Giappone o in India.

Tutto ciò é sbagliato. L'esperienza  insegna che chiunque abbia percorso con lo spirito giusto la via delle arti marziali e maturato le conoscenze idonee, può diventare un maestro. L'avere gli occhi a mandorla o essere stato campione del mondo può aiutare sensibilmente, ma non basta. L'essere buoni maestri, e non semplici allenatori é difficile costa molta fatica ed é negato alla maggioranza. Il maestro deve suscitare l'entusiasmo dei bambini, essere il loro compagno di giochi e nel contempo il fratello maggiore che dà consigli validi ed é ascoltato, ottenere la stima degli agonisti, combattere quando é necessario, saper reggere  il loro ritmo di allenamento, perfezionare nuove tecniche per poterli superare, ottenere la fiducia indiscussa degli anziani, saper adattare continuamente la propria didattica alle necessità in continua evoluzione degli allievi più diversi, essere calmo, equilibrato, nutrire il massimo rispetto per qualsiasi altra disciplina che non sia la sua, seguire la via del karate non solo quando indossa il gi, ma soprattutto nella vita quotidiana; mai cessare di allenarsi indipendentemente dall'età, sforzarsi di progredire, sia nell'arte marziale scelta che in qualsiasi altra forma di conoscenza collaterale.

In sostanza deve nutrire un autentico amore per il lavoro che svolge.

 

Se tutto ciò si verifica si stabilisce tra il maestro e l'allievo un legame spirituale chiamato KIMUCHI che, simile al processo del transfert nella psicanalisi, consente la trasposizione inconsapevole dei sentimenti positivi da parte dell'uno nei confronti dell'altro. Accade quindi che il karateka assorba molto di più dal comportamento del proprio maestro che dalle lezioni vere e proprie che questi gli impartisce. nella tradizione orientale il maestro é colui che, più avanti di altri nello studio di una disciplina, si dedica gratuitamente ad aiutare il progresso dei propri discepoli lungo la strada da lui percorsa in precedenza. Lo studente, dal canto suo, si occupa del mantenimento del maestro ed é disposto ad ogni sacrificio pur di ottenere il massimo insegnamento ciò, nei nostri tempi e nella nostra società é anacronistico; l'allievo paga una quota alla scuola a cui é iscritto e tale retta rappresenta in qualche modo lo stipendio per l'insegnante. Ciò nonostante non deve stabilirsi un rapporto di dare e di avere poiché se colui che insegna lo fa effettivamente con sincerità, cercando di dare il massimo di ciò che ha maturato in anni di studi, non c'é contropartita economica che lo compensi. Ciò che egli dà é una componente del Kimuchi, e cioè amicizia sincera, affetto, sentimenti che non hanno quotazione sul mercato commerciale".

L'attività del maestro svolta con sincerità e amore porta ad una crescita personale.

Gli allievi diventano sprono per una ricerca maggiore sia tecnica che spirituale; diventano un continuo confronto con se stessi.

Un maestro lo si riconosce non dalle tecniche potenti e strabilianti, ma dal suo modo di comportarsi, di parlare, di comunicare.

Un maestro ha la possibilità attraverso gli allievi di trasmettere il suo sapere, la sua tecnica, la sua filosofia.

Un maestro lo si riconosce dai suoi allievi.                 

 

FUDOKAN

 

"Dopo trent'anni d'esperienza di karate, potrei dire che il Fudokan é nato nel momento che io sono entrato per la prima volta in un Dojo, ma questo é il mio punto di vista personale, ed é necessario spiegarlo.

L'idea del Fudokan dapprima indeterminato prese forma e si sviluppò durante gli allenamenti, nelle gare nazionali ed internazionali e durante l'insegnamento del karate in tutto il mondo. maturò così dentro di me questo approfondimento dello Shotokan.

Il Fudokan fu il nome del Dojo del mio maestro Taiji Kase.

I tre ideogrammi della parola FU-DO-KAN significano:

Fondamentale, Stabilità, Durezza ed anche Casa e Patria.

Il senso più compiuto ha questo significato: "La casa dalle fondamenta stabili".

("Taditional Karate-Do Fudokan" Dr. Ilija Jorga caposcuola del Fudokan)

E' importante sapere che il maestro Ilija Jorga, prima di  essere diventato caposcuola, si  laura in medicina sportiva affiancato dal fratello Wladimir , che oltre che capo dei medici dell' I.T.K.F. è collaboratore diretto  del m° Nishiama. Inoltre sua moglie dal bellissimo nome, tradotto in italiano, "Fragola", laureata in medicina, e specializzata in Scienza dell'alimentazione.

Questo ambiente di  studiosi  ha portato a formulare un karate scientifico, basato sulla conoscenza fisiologica dei movimenti, attraverso lo studio svolto con appositi  macchinari che hanno permesso di valutare quali siano  i movimenti migliori e necessari perché una tecnica ottenga  la massima efficacia e velocità senza provocare nessun danno a colui che la esegue.

Non é la prima volta che nasce un "Karate-scientifico", ma ne è promotore un medico sportivo e,  pratica e  spirito rimangono legati alla tradizione.

Si potrebbe scrivere molto, ma la miglior cosa é praticare.

Questa é l'essenza del Fudokan basato sulla tradizione, spiritualità e  conoscenza scientifica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

KYU E DAN

 

I livelli degli studenti da cintura bianca a cintura marrone vengono suddivisi in Kyu che vuol dire classe, ma anche "cercare".

 Dal decimo livello cintura bianca (Jukyu) al primo livello cintura marrone (Ikkyu) vengono così suddivisi:

 

- Ikkyu               

- Nikyu

- Sankyu

- Yonkyu

- Gokyu

- Rokkyu

- Hichikyu

- Hachikyu

- Kukyu

- Jukyu

 

Dopo il grado di marrone c'è il passaggio a cintura nera 1° Dan che significa gradino o ancor meglio primo uomo. dal 1° Dan (Ikdan) al decimo Dan (Judan) sono così suddivisi.

 

- Ikdan

- Nidan

- Sandan

- Yodan

- Godan

dal 3° Dan al 5° Dan si può avendo passato i relativi esami qualificarsi SENSEI - giovane insegnante.

 

- Rokudan

- Shicidan

Con questi gradi si può ottenere la qualifica di RENSHI -assistente

 

- Hachidan

- Kudan

Con questi gradi si può ottenere la qualifica di KYOSHI - istruttore

 

- Judan

la qualifica é di HANSHI - maestro

Il livello successivo é SHIHAN - Maestro. Molto raro, alcuni lo usano ma impropriamente. SHIHAN é un livello superiore é l'esempio perfetto di un uomo che ha superato le barriere comuni, di un uomo che ha raggiunto i limiti della perfezione umana. Presuppone una vita dedicata alla ricerca spirituale, basata sulla vera ascesi, e di sacrifici per la realizzazione del Sè. Non ha niente a che vedere con la perfezione tecnica(anche se ne é parte integrante) o con il caposcuola di uno stile di karate.

SHIHAN é un Maestro di vita.

 

 

                                                    

 

 

 

 

 

   

 

 

   

                              

 

 

 

 

 

 

 

FONETICA

 

    

W         si pronuncia    

U          (mawatte - mauatte)

 

H          si pronuncia   

ASPIRATA  (hanmi - "h"anmi)

 

GI         si pronuncia   

GHI      ( karate-gi - karate ghi)

 

GE        si pronuncia   

GHE     ( gedan barai - ghedan)           

 

GYA     si pronuncia   

GHIA   ( gyaku tsuki - ghiaku zuki)

 

CHI      si pronuncia    

CI        ( tai chi - tai ci)

 

CHU     si pronuncia   

CIU      ( chudan - ciudan)

 

CHO     si pronuncia   

CIO      (choku tsuki - cioku zuki)

 

JI          si pronuncia    

GI        ( jion - gion)

 

JO        si pronuncia     

GIO     ( jodan - giodan)

 

JU        si pronuncia     

GIU     ( ju - giu)

 

 

SHO     si pronuncia           

SCIO   ( shodan - sciodan)

 

SHI       si pronuncia          

SCI      (shiko-dachi - scico daci)

 

SHU      si pronuncia          

SCIU    (shuto - sciuto)

 

TS         si pronuncia          

Z           (tsuki - zuki)

 

 

 

 

                                

                             

                  ARMI DEL KARATE

 

 

KEN ( "Armi" con le mani chiuse)

 

1 - Sei-ken                                 

     parte anteriore del pugno

 

2 - Ura-ken (Riken)                     

     dorso del pugno

 

3 - Ken-tsui (Te-tsui)                   

     pugno a martello

 

4 - Ippon-ken                              

     pugno con la nocca della falange del dito indice

 

5 - Nakadaka ippon ken               

     pugno con la nocca della falange  del dito medio

 

6 - Hira-ken                                 

     pugno con le nocche delle falangi

 

 

 

KAISHO ( "Armi" con la mano aperta)

 

1 - Shuto                                  

     mano a lama di coltello (parte ulnare)

 

2 - Haito                                   

     mano a dorso di coltello (parte radiale)

 

3 - Haishu                                

     dorso della mano

 

4 - Nuki-te (Shi-hon nukite)       

     mano a lancia (quattro dita)

 

 

 

5 - Ippon-nukite                        

     mano a lancia con il dito indice

 

6 - Nihon-nukite                        

     mano a lancia con il dito indice e medio

 

7 - Teisho                                 

     base del palmo della mano

 

8 - Seiryuto                               

     mano a spada cinese

 

 

 

TOKUSHU ( "Armi" speciali)

 

  1 -  Kumade                                    

        mano a zampa d'orso

 

  2 -  kakuto                                     

        polso a testa di gru

 

  3 -  keito                                    

       dita della mano a testa gallina

 

  4 -  Washide                           

        dita della mano a becco d'aquila

 

  5 -  Wan (Ude-wanto-shubo) 

        avambraccio

 

  6 -  Uchi ude (Ura ude - nai wan) 

        avambraccio parte del pollice

 

  7 -  Soto ude (Omote ude - gaiwan)

        avambraccio parte del mignolo

 

  8 -  Shu-wan                                    

        avambraccio parte del palmo

 

  9 - Hai-wan                                    

       avambraccio parte del dorso                                             

 

 

10 - Empi (Hiji)                                 

       gomito

 

11 - Shizuki                                      

       dita raggruppate (la mano forma una conca)

 

 

ASHI ( "Armi" con le gambe e i piedi)

 

1 - Haisoku                                      

     collo del piede

 

2 - Tsumasaki                           

      punte delle dita del piede

 

3 - Koshi (josokutei)                      

     palla della pianta del piede

 

4 - Kakato (Ensho)                        

     tallone

 

5 - Sokuto                                     

     parte laterale del piede (parte esterna)

 

6 - Hizagashira (Shittsui)                 

     ginocchio

 

7 - Sokutei                                   

     parte laterale del piede (parte interna)

 

9 - Teisoku                                     

     pianta del piede

 

                    

                      

 

 

TACHI (Posizioni)

 

Shizentai: ( posizioni naturali)

sono sette:

 

  1 - Heisoku dachi                   

       posizione naturale a piedi uniti

 

  2 - Musubi dachi                    

       posizione naturale a talloni uniti e punte divaricate

 

  3 - Hachiji dachi                     

       posizione naturale a gambe divaricate 

 

  4 - Heiko dachi                       

       posizione naturale a gambe divaricate piedi paralleli

 

  5 - Renoji dachi                     

       posizione naturale con i piedi a forma di "L" o del carattere      

       giapponese "RE"

 

  6 - Teiji dachi                        

       posizione naturale con i piedi a forma di "T" o del carattere

       giapponese "TE"

 

  7 - Uchi haciji dachi              

       posizione naturale a gambe divaricate e piedi rivolti

       all'interno

 

  8 - Zenkotsu dachi                 

       posizione frontale (70% del peso sulla gamba anteriore)

 

  9 - Kokutsu dachi                  

       posizione arretrata (70% del peso sulla gamba posteriore)

 

10 - Kiba dachi                        

       posizione del cavaliere o del fantino gambe divaricate, piedi

       paralleli, peso del corpo esattamente nel centro

 

11 - Shiko dachi                      

       posizione quadrata come kiba dachi con le punte dei piedi a

      45°

 

 

12 - Neko ashi dachi                

       posizione del gatto

 

13 - Fudo dachi (Sochin dachi) 

       posizione consolidata (inamovibile)

 

14 - Sanchin dachi                    

       posizione a clessidra

 

15 - Hangetsu dachi                  

       posizione a mezza luna

 

16 - Kosa dachi                         

       posizione incrociata

 

17 - Sagi ashi dachi                   

       posizione della gru

 

20 - Hanmi                               

       posizione semifrontale

 

21 - Gyaku hanmi                     

       posizione semifrontale inversa

     

 

 

 

SHINTAI: (spostamenti e nomenclatura)

 

1 - Tsuri ashi dachi                 

     spostamento del piede anteriore in avanti

 

2 - Yori ashi dachi                  

     piccolo spostamento della posizione con entrambi i piedi (ind.-

     av. lat.)

 

3 - Ayumi ashi                       

     avanzare o indietreggiare in due tempi, prima un piede  e poi

     l'altro

 

4 - Fumi dashi                       

     distensione della gamba perno e scivolamento dell'altra

 

 

5 - Hiza kotsu                         

     guardia col ginocchio flesso

 

6 - Jiuku ashi                         

     perno

 

7 - Tai sabaki                        

     spostamento circolare del corpo

 

8 - Unsoku                           

     spostamento col piede sfiorando il  pavimento

 

9 - Tai kuzushi                      

     tecnica per romprere l'equilibrio o la concentrazione

     dell'avverasrio 

 

 

 

KIHON UKE WAZA (Tecniche fondamentali di parate)

 

  1 - Age uke  (Gaiwan age uke)                          

       parata alta

 

  2 - Gedan barai                      

       parata bassa

 

  3 - Soto ude uke                    

       parata dall'esterno all'interno con gaiwan

 

  4 - Uchi ude uke                    

       parata dall'interno all'esterno con naiwan

 

 

  5 - Ude uke (hai wan)            

       parata col polso o parte del dorso avambraccio

 

  6 - Shuto uke                       

       parata con il taglio della mano

 

  7 - Otoshi uke                       

       parata battente verso il basso

 

   8 - Fumikomi age uke            

       parata alta battente avanzando

 

  9 - Fumikomi soto ude uke    

       parata battente con l'avambraccio

 

10 - Tate shuto uke                

       parata col taglio della mano verticale

 

11 - Kake shuto uke (kakete)    

       parata agganciante col taglio della mano

 

12 - Fumikomi shuto uke          

       parata con il taglio della mano avanzante

 

13 - Haishu uke                       

       parata col dorso della mano

 

14 - Kakuto uke                     

       parata col polso a testa di gru

 

15 - Keito uke                         

       parata con la mano a testa di gallina

 

16 - Empi uke                       

       parata col gomito

 

17 - Hiji suri uke                    

       parata con il gomito scorrevole

 

18 - Seiryuto uke               

       parata con la mano a spada cinese

 

19 - teisho uke              

      parata con la base del palmo della mano

 

20 - Otoshi uke                       

       parata discendente

 

21 - Te osae uke                 

       parata pressante con la mano

 

22 - Morote uke                 

       parata rinforzata

 

23 - Juji uke                  

       parata a "x"

 

24 - Teisho awase uke       

       parata con le basi del palmo delle due mani

 

25 - Haiwan nagashi uke          

       parata deviante con la parte superiore dell'avambraccio

 

26 - Te nagashi uke              

       parata deviante con la mano

 

27 - Tekubi kake uke            

       parata con il polso uncinante

 

28 - Mae ude hineri uke     

       parata con la torsione dell'avambraccio

 

29 - Mae ude deai osae uke     

       parata d'incontro con l'avambraccio pressante

 

30 - Sukui uke                        

       parata a raccolta

 

31 - Gedan kake uke               

       parata bassa uncinante

 

32 - Morote sukui uke            

       parata raccolta a due mani

 

33 - Kakiwake uke                

       parata a cuneo rovesciato

 

34 - Morote tsukami uke      

       parata con presa a due mani

 

35 - Sokumen awase uke      

       parata laterla a due mani

 

36 - Gyaku sanbon uke        

       tripla parata avanzando

 

 

 

KIHON TSUKI WAZA (Tecniche fondamentali di pugno)

 

  1 - Seiken choku tsuki               

       pugno da fermo

 

  2 - Oi tsuki                                  

       pugno lungo

 

  3 - Gyaku tsuki                        

       pugno contrario alla gamba avanti

 

  4 - Ren tsuki                            

       pugno alternato

 

  5 - Dan tsuki                           

       pugno consecutivo con lo stesso braccio

 

  6 - Sanbon tsuki                         

       triplo attacco di pugno da fermo

 

  7 - Guaku sanbon tsuki               

       triplo attacco di pugno avanzando

 

  8 - Hoikomi (Jun tsuki)               

       pugno anticipato avanzando

 

  9 - Kizami tsuki                          

       pugno anteriore, pugno improvviso

 

10 - Tate tsuki                              

       pugno verticale

 

11 - Age tsuki                               

       pugno crescente verso l'alto

 

12 - Ana tsuki                              

       pugno chudan ascendente verso l'alto

 

13 - Ura tsuki                                

       pugno rovesciato

 

14 - Mawashi tsuki                       

       pugno circolare

 

15 - Kagi tsuki                             

       pugno a uncino

 

16 - Nagashi tsuki                       

       pugno fluente

 

 

 

MOROTE-TSUKI: (doppi pugni)

 

17 - Yama tuki                              

       pugni a U larga a forma del carattere yama

 

18 - Awase tsuki                           

       pugni a U stretta

 

19 - Heiko tsuki                            

       pugni doppi paralleli

 

20 - Hasami tsuki                          

       pugni a forbice

 

 

 

 

KIHON UCHI WAZA (tecniche fondamentali di percossa)

 

  1 - Uraken uchi                             

       percossa con il dorso del pugno

 

  2 - Tettsui uchi (kentsui uchi)       

       percossa con il pugno a martello

      

 

 

 

EMPI-UCHI: (Percossa di gomito)

 

  3 - Mae Empi uchi (Hiji ate)          

       percossa di gomito frontale

 

  4 - Tate empi uchi (Age empi uchi)

       percossa di gomito verso l'alto

 

  5 - Yoko empi uchi                      

       percossa di gomito laterale

 

  6 - Ushiro empi uchi                       

       percossa di gomito all'indietro

 

  7 - Mawashi empi uchi                  

       percossa di gomito circolare

 

  8 - Otoshi empi uchi                     

       percossa di gomito verso il basso

 

  9 - Shuto uchi                           

       percossa con la mano a coltello

 

10 - Shuto soto mawashi uchi          

       percossa con la mano a coltello dall'esterno verso l'interno

 

11 - Shuto uchi mawashi uchi           

       percossa con la mano a coltello dall'interno verso l'esterno

 

12 - Haito uchi                                 

       colpo con la mano a coltello

 

13 - Haishu uchi                               

       colpo con il dorso della mano

 

14 - Teisho uchi                               

       percossa con la base del palmo della mano

 

15 - Gedan uchi komi                       

       percossa o presa bassa

 

16 - Shizuki uchi                              

       colpo del serpente

 

 

 

KIHON KERI WAZA (Tecniche fondamentali di calci)

 

  1 - Mae geri (Ushiro ashi)               

       calcio frontale con la gamba posteriore

 

  2 - Ren geri(Nidan geri)                  

       doppio calcio consecutivo cambiando gamba

 

  3 - Kizami geri (Mae ashi)              

       calcio con la gamba anteriore

 

  4 - Yoko geri                                 

       calcio laterale

 

  5 - Mawashi geri                             

       calcio circolare

 

  6 -  Mae Geri Keage                       

        calcio frustato frontale

 

  7 - Mae Geri Kekomi                     

       calcio spinto frontale

 

  8 - Yoko geri Keage                     

       calcio frustato laterale

 

  9 - Yoko geri kekomi                   

       calcio spinto laterale

 

10 - Ushiro geri                               

       calcio all'indietro

 

11 - Fumikomi                               

       calcio pressante

 

12 - Fumikiri                                 

       calcio tagliente

 

13 - Gyaku mawashi geri              

       calcio circolare inverso (dall'interno)

 

 

14 - Ura mawashi geri                    

       calcio circolare rovesciato

 

15 - Kakato geri                             

       calcio con il tallone

 

16 - Mae tobi geri                         

       calcio volante frontale

 

17 - Nidan tobi geri                       

       calcio volante doppio

 

18 - Yoko tobi geri (Kesa geri)         

       calcio volante laterale

 

19 - Ushiro tobi geri                      

       calcio all'indietro volante

 

20 - Ushiro mawashi geri                

       calcio circolare all'indietro

 

21 - Mawashi tobi geri                   

       calcio circolare volante

 

22 - Ashi barai                                

       spazzata di piede

 

23 - Deai ashi barai                         

       spazzata d'incontro

 

24 - Tsumasaki geri                          

       calcio con la punta delle dita

 

25 - Mae hiza geri (Shittsui uchi)      

       colpo di ginocchio frontale

 

26 - Mawashi hiza geri                     

       colpo di ginocchio circolare

 

27 - Mikatsuki geri                             

      colpo circolare a luna crescente

 

 

 

28 - Gyaku mikatsuki geri (sokuto)       

       colpo circolare con la parte esterna del piede

 

 

 

 

KIHON KERI-UKE WAZA (tecniche fondamentali di parate

                                                    con le gambe)

                                     

1 - Ashibo kake uke                               

     parata con la gamba uncinante

 

2 - Sokutei osae uke                            

     parata pressante con la parte interna della pianta del piede

 

3 - Sokuto osae uke                             

     parata pressante con la partae esterna della pianta del piede

 

4 - Ashikubi kake uke                               

     parata con la caviglia uncinante 

 

5 - Sokutei mawashi uke                      

     parata circolare con la pianta del piede

 

6 - Nami ashi gaeshi uke                      

     parata ad onda che torna

 

 

KIHON

 

 

KI significa -forza fisica, spirituale e psichica- l'unione di questi tre fattori é il KI, quell'energia speciale che tutti ricerchiamo durante gli allenamenti; HON significa fondamentale.

KIHON sono gli esercizi fondamentali per ottenere dalle tecniche la massima efficacia e potenza.

E' la base del karate, dall'allenamento di un buon KIHON si potranno eseguire poi i KATA e quindi il KUMITE. Senza quelle basi fondamentali otterremmo solamente dei movimenti privi delle caratteristiche necessarie per poter dire di fare karate.

Le caratteristiche da esercitare nel kihon sono:

- Rotazione dell'anca - KOSHINO KAITEN

- Potenza -

- Velocità -

- Equilibrio-centro di gravità - TANDEN.HARA (ventre)

- Richiamo delle tecnica - HIKITE

- Ritmo -

- Scelta del tempo -

- Coordinazione -

- Chiave - UDE-NO-KAITEN (rotazione del braccio)

- Contrazione e decontrazione -

- Doppio caricamento -

- Sguardo -

- Correttezza dei movimenti (forma) -

- Respirazione - KOKYU

 

 

KOSHINO KAITEN

ROTAZIONE DEL BACINO

 

 

Tutte le tecniche di karate hanno bisogno di determinate caratteristiche per sviluppare la massima potenza.

Oltre la conoscenza della esecuzione esatta della tecnica, bisogna saper utilizzare correttamente e simultaneamente il nostro corpo.

Ogni tecnica ha delle caratteristiche fondamentali, ma ciò che accomuna tutte le tecniche e ancor di più tutti i movimenti atti a sviluppare la massima energia è il movimento delle "anche".

I principianti useranno solo una parte del loro corpo e con l'esperienza e un buon maestro impareranno a sincronizzare tutto il corpo. Avanzando di grado scopriremo che la stessa tecnica portata svilupperà, potenza e velocità diversa.

Questa caratteristica la darà il “movimento dell'anca” (Koshino kaiten-rotazione dell'anca) con cui potremo anche giudicare il grado di avanzamento dell'atleta.

I primi movimenti saranno molto ampi, al fine di far adattare il corpo al movimento che dovrà con il  tempo essere sincronizzato con la tecnica e l'eventuale spostamento.

Con l'esperienza e molto allenamento si dovrà ottenere dei risultati in cui le anche hanno una rotazione meno ampia, ma ugualmente veloce e potente. Fino ad arrivare alla vibrazione dell'anca, un movimento quasi impercettibile, ma esplosivo.

Per l'insegnamento di tale movimento vi sono varie tecniche, ma l'importante é fissare i punti fondamentali:

- nella rotazione bisogna fare attenzione di focalizzare il movimento esclusivamente sull'anca.

Si dice di lanciare il colpo con l'anca. Il nostro pensiero, quindi, deve concentrarsi pensando che l'anca sia l'elastico di una fionda su cui é appoggiata la tecnica, quando l'elastico viene lasciato la tecnica parte. 

- Il ginocchio anteriore, nella posizione di ZENKOTSU DACHI non deve cadere lateralmente provocando un movimento della rotula antifisiologico e con possibilità di causare traumi e rotture

- la testa e le spalle non devono prendere parte a tale rotazione

- la gamba posteriore e in particolare la pianta del piede non deve sollevarsi da terra

- il bacino completo si muove sullo stesso asse orizzontale, non deve oscillare a destra e sinistra

-anche il corpo non deve oscillare in nessuna direzione deve rimanere perpendicolare al suolo

-il bacino dovrà mantenere la stessa altezza.

-         Le "anche" possono svolgere  i seguenti movimenti:

 

JUN KAITEN:                       

l'anca ruota nella stessa direzione del movimento della tecnica.

 

GYAKU KAITEN:                

l'anca ruota nella direzione contraria al movimento della tecnica.

 

KOSHINO OSHI DASHI:     

il bacino si sposta in avanti. La gamba posteriore, e più precisamente la zona della pianta del piede,  spinge trasmettendo l'energia alla gamba e poi al bacino, il tanden si carica di Ki attraverso una contrazione dei glutei creando così lo spostamento in avanti. Più tutti questi fattori saranno allenati, più otterremo un esplosione del movimento e della tecnica.

 

Con questi movimenti si potranno ottenere le seguenti posizioni:

 

SHOMEN:                

il bacino é in posizione frontale, le due anche sono su un piano orizzontale                      


HANMI:                   

il bacino é in posizione semi frontale, l'anca in avanti corrisponde alla gamba anteriore.

 

GYAKU HANMI:     

il bacino é in posizione semi frontale contraria é il contrario di hanmi, l'anca in avanti corrisponde alla gamba posteriore.

                                  

 

 

Per avere maggiore velocità e potenza dalla rotazione del bacino, la spinta deve venire dalla pressione della pianta del piede, ed in particolare del tallone, sul terreno.

La pressione farà scattare una serie di "contatti" che creeranno  un'energia che passerà alla gamba, alla coscia, ai muscoli addominali obliqui maggiori responsabili della rotazione del bacino, la  rotazione si trasmette alla spina dorsale, ai muscoli del torace e delle spalle, in caso di tecniche di braccia, infine alla tecnica, che esploderà come al termine di una miccia.  

                                    

 

CHIAVE o ROTAZIONE del BRACCIO

 

Nella maggior parte delle tecniche di braccia, si mette in pratica,  la rotazione finale della tecnica, chiamata "chiave". Tale movimento avviene alla fine della tecnica e imprime più forza alla medesima. Non solo é necessaria avere più forza utilizzando pochissime fibre muscolari, ma é utile anche per dare una corretta direzione. L'avvitamento che ha la tecnica, ha la stessa funzione della rigatura nella canna di una pistola, di  “mantenere la direzione voluta”.

Senza, chiave dovremmo usare le tecniche utilizzando esclusivamente la forza  muscolare, utilizzata correttamente darà la possibilità di spostare la tecnica senza nessuno sforzo e procurando all'avversario uno squilibrio mentale e fisico maggiore.

Più che mai la chiave va coordinata con l'hikite-il richiamo della tecnica-, dovranno essere simultanei.

Un esercizio utile, che personalmente chiamo RANDORI consiste nell'eseguire ad esempio, OI TSUKI contro un avversario, utilizzando esclusivamente la rotazione del braccio e poi da posizione ZENKOTSU DACHI utilizzarla sfruttando il peso del corpo; si scoprirà che senza alcuno sforzo muscolare particolare, si otterranno ottimi risultati. Inoltre é un esercizio molto utile per la coordinazione.

 

 

 

 

POTENZA E VELOCITA'

 

Potenza e velocità s'intrecciano fra loro, poiché quanta più velocità riusciremo a dare alla tecnica tanto maggiore sarà la potenza dell'impatto.

Dobbiamo per prima cosa sfatare il concetto che per ottenere questi due fattori si debba diventare dei culturisti. Non é necessario, anche se l'utilizzo dei pesi, se usati con il giusto criterio, é utile per migliorare l'efficienza fisica. Se nel karate si ha una muscolatura potente, ma non la si sa sfruttare, tutto la fatica fatta utilizzando la preparazione fisica  con i pesi non sarà servita a niente.

Nel karate non é necessario spostare un peso eccessivo lentamente, ma spostare un giusto peso alla velocità massima.

Un proiettile penetra in funzione della sua velocità.

Quando vediamo un atleta muscoloso che rompe delle tavolette di legno é sicuramente spettacolare, ma se vediamo un atleta esile che riesce a rompere le stesse tavolette lo stupore é maggiore.

Il fascino iniziale del karate, per il principiante, é sempre stato quello di poter imparare delle tecniche per potersi difendere da quelli più prepotenti o più grossi di loro.

Il karate dà questa possibilità. Quindi non bisogna lavorare solamente sui muscoli, ma soprattutto sulla tecnica e bisogna farlo in maniera intelligente.

Per ottenere dei risultati ottimali bisogna, soprattutto, esercitare il corpo a coordinare tecnica, rotazione del bacino, propulsione della gamba, equilibrio.

Senza questa “assimilazione”  avremo sempre una tecnica debole e poco veloce.

Non dobbiamo dimenticare, che la potenza e la velocità dipendono anche dalla concentrazione con cui sviluppiamo il movimento. Non soffermiamoci solo alla formazione del muscolo e del movimento. Senza un unione corpo-mente, anche il corpo più allenato sarà handicappato. Un esercizio, per comprendere quanto il pensiero sia importante, è quello di eseguire una tecnica focalizzando un punto del corpo dell'avversario, il colpo arriverà e la penetrazione, la velocità e la potenza saranno sviluppate in funzione di quel bersaglio. Se, come generalmente si cerca d'insegnare, per sviluppare una tecnica reale e potente, il nostro pensiero va oltre quel punto prescelto, scopriremo che potenza, velocità e penetrazione aumenteranno.

La mente sviluppa potenza e velocità oltre che determinazione e prontezza di riflessi. Quindi allenare solo il corpo é un errore imperdonabile.

Mente e corpo devono essere allenati parallelamente.

 

 

 

 

 

EQUILIBRIO

 

Ma nel momento in cui abbiamo ottenuto, potenza e velocità e non abbiamo l'equilibrio, tutti i nostri sforzi sfumeranno inesorabilmente.

Più l'esecuzione della tecnica sarà corretta più questo equilibrio verrà mantenuto.

Armonizzare e coordinare tutti i principi suddetti, ma in particolar modo, concentrarci sul Tanden che é una zona che si situata dietro l'ombelico al centro del nostro corpo. A circa 3 cm.(diciamo dai 3 ai 7 cm) sotto l'ombelico c'é una zona chiamata HARA, che insieme al TANDEN é considerato dagli orientali la sede dello spirito, della vita, dell'equilibrio il  centro di gravità. Per il m° Tohei 10° dan di AIKIDO e fondatore della scuola di KI il punto di unione tra corpo e spirito si chiama SEIKA NO ITTEN (punto nel basso addome). In occidente viene chiamata semplicemente contrazione addominale. Detta  contrazione  avviene attraverso la contrazione dei glutei l’ abbassamento e  avanzamento del bacino; più il baricentro o centro di gravità é alto, più il nostro equilibrio sarà precario; ma anche in questo casi ci sono dei limiti da rispettare: avere il bacino troppo basso significherebbe perdere in velocità, quindi non bisogna esagerare da ambo le parti. Questa é solo la parte esteriore del meccanismo di contrazione muscolare, poi c'è un fattore interno che dipende dal pensiero, dalla determinazione, dallo spirito con cui l'atleta esegue la tecnica.

L'abbassamento del baricentro non deve solo avvenire fisicamente, ma soprattutto mentalmente, il pensiero deve situare il TANDEN al suolo.

Ricordiamo il significato di KIHON é l'insieme di tre fattori, fisico, psichico e spirituale, questo insieme contribuisce alla formazione del KI che si stabilizza nel TANDEN-HARA.

Solo questa energia interiore darà la possibilità a un fisico esile di eseguire tecniche straordinarie.

Quando negli allenamenti dovremo eseguire delle tecniche di keri, il nostro corpo si troverà in equilibrio su una gamba sola e dovrà anche assorbire l'impatto della tecnica sull'avversario; se il nostro centro di gravità non sarà ben allenato saremo scaraventati al suolo.

Quindi una continua ricerca dell'equilibrio significa una conoscenza del nostro corpo e muscoli durante l’esecuzione delle tecniche ed infine la solita,  immancabile ed assoluta concentrazione.

 

 

 

RICHIAMO DELLA TECNICA E DOPPIO CARICAMENTO

 

Non si deve dimenticare l'HIKITE, il ritorno della tecnica, che é fondamentale sia per la velocità che per equilibrare le forze  espresse.

Maggiore sarà la velocità con cui ritireremo l'arto opposto della tecnica, maggiore sarà la velocità che otterremo.

Non solo la velocità migliorerà, ma il corpo funzionerà all'unisono e riuscirà a mantenere un equilibrio più stabile.

Se con il braccio destro abbiamo una velocità di 10-15 metri al secondo con un impatto dai 500 ai 700 kg, non possiamo non equilibrare la parte sinistra con un rientro almeno della medesima velocità.

Il lavoro dell'hikite é importante, oltre ad aver la funzione  spiegata avrà nel tempo anche un'applicazione logica e molte volte necessaria.

Quindi é importante non lavorare con un braccio solo, ma sempre con due sia per l'equilibrio e la potenza, sia per le future possibilità che si potranno sviluppare quando si metteranno in applicazione le combinazioni e i kata.

 

 

 

 

CONTRAZIONE E DECONTRAZIONE

 

Alla base di tutto, c'è un allenamento costante che deve portare l'atleta a saper usare i muscoli necessari per la tecnica che deve eseguire e a non usare muscoli non necessari o addirittura dannosi per l'efficienza della tecnica.

Dobbiamo anche saper contrarre e decontrarre i muscoli al momento opportuno. Questa caratteristica é fisiologicamente fondamentale per mantenere il corpo con l'energia necessaria.

Ecco che interviene, oltre l'allenamento, la conoscenza anatomica e fisiologica del corpo. La conoscenza dei muscoli utilizzati nelle tecniche, per poter analizzare e programmare meglio l'allenamento.

I muscoli, contratti non avranno la possibilità di ossigenarsi. Non dimenticare mai durante i KIHON e i KATA la contrazione e decontrazione muscolare. Oltre ad essere importante come caratteristica fisiologica, lo diventa anche per il ritmo e il tempo d'esecuzione.

 Una buona contrazione e decontrazione darà maggior elasticità e ritmo ai movimenti.

 

 

 

COORDINAZIONE

 

E' già stato continuamente ribadito in ogni argomento l'importanza della coordinazione. Se tutti i fattori non sono ben assemblati e trasmessi al movimento avremo delle forze frammentate e non un unica ed esplosiva energia. Se nel pugno la forza delle gambe insieme al bacino non viene trasmessa in coordinazione (1\100 sec) alla spalla,  al gomito e al pugno avremo una tecnica al 50% delle sue potenzialità. Così vale per le tecniche di gamba, se la spinta del bacino e del piede non viene trasmessa in coordinazione alla gamba e poi al piede il risultato sarà il medesimo.

Non solo dovremo coordinare il movimento fisiologicamente, ma anche la tecnica corretta, la giusta contrazione muscolare e respiratoria e la scelta del tempo giocheranno un ruolo determinante per la buona riuscita della tecnica.

Ma la coordinazione é un fattore anche neuro muscolare. Si troveranno persone più o meno predisposte alla coordinazione, ciò può dipendere dall'impulso  nervoso che viene trasmesso al muscolo. L'allenamento può rimediare molto a questo "difetto", soprattutto il continuo ripetersi dello stesso movimento, crea la "memoria del corpo" facilitando la coordinazione e la velocità.

 

SGUARDO

 

Gli occhi sono lo specchio dell'uomo.

Qualunque cosa si nasconda nel cuore viene messo in evidenza dagli occhi.

Dallo sguardo dell'avversario noi possiamo intuire quando attaccherà, potremo percepire le sue intenzioni, la sua determinazione e forza.

Alcune storie del passato raccontano di scontri fra maestri in cui solo attraverso lo sguardo riuscivano a infliggere la sconfitta.

Era un combattimento psicologico e spirituale; l’avversario si accorgeva della superiorità del suo contendente solo attraverso lo sguardo e rinunciava a capire  che la messa in atto del combattimento avrebbe procurato la sua morte.

Pensate che maturità e saggezza e quale dominio dell'ego per poter decidere di affrontare o rinunciare a un combattimento senza neanche sferrare un colpo.

Ci sarebbero gare eccezionali: immerse nel silenzio e con una suspense incredibile; nessun arbitro, nessuna contestazione, nessun danno fisico; solo il confronto fra due spiriti che si sono allenati per mezzo del corpo per ottenere quella forza interiore necessaria a non usare nessun tipo di violenza. Questo é lo scopo ultimo del karate.

Ci sono due modi di guardare:  il primo é focalizzare lo sguardo su un punto in particolare e il secondo di mettere a fuoco l'intera immagine.

Nel karate é necessario fissare negli occhi l'avversario senza focalizzarne lo sguardo. Il nostro sguardo dev'essere come il grand'angolo della macchina fotografica che riesce a mettere in evidenza tutta l'area interessata. La zona, perché questo "grand'angolo" sia “a fuoco”, è situata fra gli occhi e le spalle.  Se il nostro sguardo dovesse fissarsi esclusivamente su un braccio e su una gamba credendo che l'avversario userà quell'arto per sferrare la sua tecnica, non avremo una visuale globale di ciò che ci circonda e qualunque tecnica non corrispondente a ciò in cui avremo fissato la nostra attenzione, sarà deleteria nei nostri confronti.

Si usa dire che il karateka deve vedere e non guardare. 

 

 

 

RITMO E SCELTA DI TEMPO

 

Quando avremo tecniche potenti, veloci, equilibrate, con il giusto movimento del bacino, il ritorno adeguato delle tecniche, la giusta respirazione con la contrazione e decontrazione muscolare corretta, potremo passare ai kata.

Scopriremo che svolgendo un kata con tutte queste caratteristiche, mancherà qualcosa per renderlo armonioso e fluido: il ritmo.

Anche il ritmo s'imparerà durante il kihon, praticando delle combinazioni o una serie di combinazioni che hanno dei ritmi diversi a secondo del significato e dell'applicazione che si vuole dare.

Questi continui cambiamenti di ritmo e spostamento nelle varie direzioni, fanno  perdere di consistenza le tecniche studiate in precedenza. Ma, è solo questione di allenamento e  metodologia.

Con il ritmo che é peculiare del kata, subentra anche la scelta di tempo necessaria perché la tecnica lanciata arrivi a compimento. Se, soprattutto nel kumite, lancerò la tecnica in anticipo o in ritardo il mio sforzo sarà stato vano  e dispendioso, se non addirittura fatale in caso di difesa personale.

La scelta di tempo va calcolata anche in funzione della distanza (Maai) dell'avversario o della velocità con cui la tecnica viene lanciata.

Potremmo scrivere  interi capitoli  su come fare karate, ma ciò non servirebbe a creare un solo atleta. Il sudore, la costanza, la volontà, la determinazione, la ricerca, sono le basi che potranno formare un'atleta, ed eventualmente un istruttore  e maestro. Non ci sono scappatoie o strade più corte se non la falsità di voler essere quello che non si è.  

Ricordiamo una cosa importante che il karate si basa sull'utilizzazione razionale del corpo, sui principi dell'anatomia, della chimica,e della fisiologia. Non dobbiamo mai eseguire tecniche o esercizi che vadano contro i principi di tale scienze. Ognuno dovrà studiare il proprio corpo e adattarlo secondo le proprie caratteristiche, senza uscire dai principi fisiologici che reggono il corpo umano e quindi la tecnica.

La preparazione atletica, l'alimentazione, la preparazione mentale e spirituale, la tecnica sono tutti argomenti da studiare ed approfondire per ottenere i massimi risultati e senza procurare danni al nostro corpo.

E' evidente che giunti a un certo livello, si comprende maggiormente la frase del maestro Funakoshi che dice: “il karate non si allena solonel dojo”. Nel dojo moderno si possono perfezionare le tecniche e i concetti che durante il giorno abbiamo cercato di approfondire. Non abbiamo 6-7 ore al giorno per stare in palestra, ma quello che possiamo fare é allenarci mentalmente per l'esecuzione della tecnica, trovare qualche minuto al giorno per provare un movimento, un kata.

Gli argomenti sono tanti, e sono tutti affascinanti.

 

 

 

 

RESPIRAZIONE

 

La respirazione, é la base non solo del karate, ma della vita stessa. Se non sappiamo respirare adeguatamente, non riusciremo neanche a finire una sequenza di tecniche e tantomeno un kata o un kumite. Non solo, ma la non consapevolezza della respirazione ci porta ad avere problemi nella vita quotidiana.

Quindi non solo il mokuso deve servire per la meditazione, ma anche per sentire il nostro respiro, per regolarlo e dopo aver imparato delle tecniche apposite, metterle in  pratica.

Se provate ad immaginare come la nostra vita quotidiana é condizionata dalla respirazione e come ognuno di noi respira diversamente a causa del proprio modo di pensare, di vivere, di affrontare i problemi.

Se pensate come la nostra respirazione cambia a secondo della nostra felicità o infelicità; di uno spavento o se ci rilassiamo; se stiamo bene o male.

La respirazione é in stretta correlazione con il nostro corpo e la nostra mente.

La respirazione é vita ed é molto facile dimostrarlo: quanto tempo riuscite a vivere senza respirare? due, tre, cinque minuti?

Ma la respirazione é vita non solo per questo semplice motivo, ma anche perché può dare più salute e longevità.

In oriente hanno molto approfondito la materia sulla respirazione, tanto da creare delle scuole, che sono abbastanza ermetiche e sconosciute.

In Cina ci sono  maestri che attraverso la respirazione riescono a guarire e fare cose incredibili.

In Cina si chiama CHI e lo usano in particolar modo nel TAI CHI CHU'AN una disciplina fatta di movimenti lenti abbinati a respirazione lenta e profonda, personalmente lo chiamo lo yoga in movimento.

In India, il respiro, viene chiamato PRANA e viene praticato nello yoga sotto il nome di Pranayama.

In Giappone esiste la scuola di KI che ha la stessa funzione d'insegnamento e in particolar modo viene usato nel KYUDO, tiro con l'arco e nell'Aikido. Purtroppo nel karate é stato perso questo studio e applicazione, ma che é necessario recuperare.

Nello Shotokan l'unico kata respiratorio é Hangetsu, nel Goju ryu é Sanchin e Tensho in Giappone vengono denominati Ibuki, i kata della respirazione.

Il controllo del respiro é alla base di questi studi.

Ci sono 100 e più tecniche respiratorie e ognuna ha una funzione particolare.

La tartaruga ha un ritmo respiratorio di 3-4 respiri al minuto e la sua vita media si aggira sui 150-200 anni e forse più; il gatto ha un ritmo respiratorio dai 25-30 respiri al minuto e la sua vita media é di 10-15 anni. Il ritmo respiratorio dell'uomo é dai 15 ai 18 respiri al minuto per l'uomo e la sua vita media si aggira sui 70-80 anni; inoltre sappiamo tutti che la donna vive più dell'uomo.

Da questi pochissimi dati possiamo già constatare che se noi controlliamo il nostro respiro e diminuiamo il ritmo otterremo un miglioramento della nostra vita.

Gli yogi arrivano a 3-4 atti respiratori al minuto.

Atleticamente una respirazione più lenta e profonda darà al nostro corpo la possibilità di ossigenarsi meglio fin nei più piccoli reconditi luoghi  del nostro sistema circolatorio.

Per gli orientali l'aria é Energia Divina.

Per gli occidentali la si può ritrovare nella Bibbia sotto forma di soffio-respiro, ma con lo stesso significato Divino.

L'aria contiene l'energia necessaria per garantirci più di quello che ci si aspetta, quello che bisogna saper fare é sfruttarla secondo le necessità che occorre.

Per lo sportivo useremo delle metodologie diverse di quelle usate quando si fa meditazione e sicuramente ancora diverse di quelle usate per curare o per curarci.

Fisiologicamente la respirazione è un sistema omeostatico (attitudine propria degli organi viventi a mantenere lo stato di equilibrio le proprie caratteristiche al variare delle condizioni esterne), automatico, involontario, autoregolato ed é comandato dal sistema neurovegetativo, ma é anche sotto il dominio del sistema nervoso centrale e per cui risponde alle sollecitazioni della volontà e delle emozioni.

 

 

 

CORRETTEZZA DELLE TECNICHE

 

Punti fondamentali

Vediamo ora alcuni particolari utili ed errori comuni per migliorare il KIHON e perché si possa eseguire al meglio.

Un accorgimento per migliorare la tecnica, é l'uso corretto delle caviglie e dei piedi.

Le rotazioni e le spinte effettuate dai piedi e dalle caviglie sono la miccia che provocano la scintilla per sprigionare la tecnica.

Se le caviglie non sono forti ed elastiche e non vengono usate correttamente per spingere o sorreggere il peso del corpo, la tecnica sarà indebolita o addirittura dannosa al nostro corpo.

In passato si è visto che alcuni maestri eseguivano oi tsuki facendo "schioccare" il gomito come una frusta. Niente di più errato sia fisiologicamente che tecnicamente. Il gomito deve essere il più aderente possibile al nostro corpo (Wakibara) e le spalle non si devono alzare. La direzione del corpo, del ginocchio, sguardo, tecnica, mente, devono essere tutti diretti al bersaglio. Nessuno di questi elementi deve percorrere traiettorie diverse se non ciò che abbiamo deciso di colpire.

Un'altro importante accorgimento é sulla correttezza dell'impostazione del ginocchio. In molte posizioni come il zenkotsu dachi e il kokutsu dachi é molto facile cadere in errori che possono causare seri danni fisici. Il ginocchio deve sempre lavorare secondo la sua struttura anatomica-fisiologica. Non può lavorare lateralmente e quindi nelle posizioni non deve cadere fuori dal piede, la flessione del ginocchio deve avvenire in maniera naturale.

Funakoshi insegnava le posizioni naturali, cioé in piedi, il zenkotsu-dachi era un sanchin-dachi, poi il figlio ha reso queste posizioni, per ottenere un fisico ed una muscolatura più forte,  più basse ed allungate.

Questo cambiamento, forse non appreso in maniera giusta,  ha portato a creare degli errori fisiologici molto gravi.

Una posizione molto bassa oltre a non apportare nessuna efficacia alla tecnica é fisiologicamente errata poiché é causa di molti problemi fisici.

La posizione deve assumere comunque un abbassamento fisiologicamente adatto a chi la esegue. Lo zenkotsu dachi é una posizione avanzata ed una posizione tipicamente d'attacco, quindi la prima regola é abbassare il ginocchio per avere il peso in avanti, mantenendo il busto diritto.

La spinta della pianta dietro, la liberazione del peso sull'avampiede, la spinta dell'anca in avanti porterà ad avanzare con il peso di tutto il corpo e quindi a sviluppare una tecnica più potente.

Una posizione troppo bassa, non é sinonimo di equilibrio, ma solo di staticità.

 

 

 

CONSIGLI PER IL KIHON

 

Le caratteristiche del Kihon sono tante, ed é necessario uno studio approfondito. Molte volte questa specialità, soprattutto per i novizi, é noiosa, ma senza queste basi non c'é crescita nel karate. Se per fare in fretta dovessimo costruire una casa con poche fondamenta, otterremmo dei risultati, esteriormente, gratificanti, ma nel  tempo tutto crollerebbe e il danno sarebbe gravissimo.

Non bisogna avere fretta, e se si ha voglia d'imparare é necessario sacrificarsi.

 Non si può pretendere di ottenere dei risultati allenandosi 2 ore alla settimana.

Vediamo di riassumere tutto ciò che abbiamo scritto sul Kihon:

 

-         Preparatevi mentalmente per eseguire il Kihon, immaginate ad ogni tecnica o combinazione di avere di fronte un avversario

questo sarà utile anche per la concentrazione, e per non essere distratti dai compagni.

 

- Imparare ad ascoltare gli insegnamenti con molta attenzione. Vi ricordo che avete due orecchi e una sola bocca, significa che é molto più importante ascoltare che parlare.

 

- Siate sicuri di voi stessi. Non guardate i vostri compagni per vedere come si deve svolgere la combinazione o il kata appena spiegato. Tutti hanno seguito la stessa spiegazione, perché mai gli altri dovrebbero saperne più di voi? Acquisite sicurezza in voi stessi, senza trasformarla  in arroganza.

 

- Eseguite i movimenti lentamente. Il vostro corpo deve assimilare il movimento e memorizzare la tecnica. Per la velocità e la potenza c'é tempo. Non bisogna correre. Autocontrollo.

 

- Ogni tecnica deve avere una contrazione e decontrazione muscolare abbinata alla respirazione; inspirazione nella fase passiva, prima di eseguire la tecnica, espirazione nella fase attiva di sforzo durante l'esecuzione della tecnica. Dopo ogni sequenza prendere fiato, ricordandovi di respirare dal naso.

 

 

Ricordatevi che il muscolo é come una spugna; il muscolo se tenuto continuamente contratto bloccherà la circolazione,  non potrà ossigenarsi causando affaticamento e stanchezza.

 

- Eseguire ogni tecnica con il doppio caricamento e portare l'hikite al fianco.

 

- Eseguire ogni tecnica con la "chiave" adeguata.

 

- Eseguire ogni tecnica in coordinazione con tutto il corpo, facendo maggior attenzione all'uso delle anche (koshino kaiten).

 

- Fondamentale é che la tecnica parta dall'addome (Hara). Le spalle non devono irrigidirsi e non devono eseguire la tecnica.

 

- Perché una tecnica sia veloce e soprattutto proficua sono necessarie alcune regole fondamentali; oltre tutto quello già detto sulle anche, sulla posizione, sulla spinta del bacino e della gamba anteriore, della pianta del piede, dobbiamo far sì che l'avversario non si accorga del nostro attacco. In poche parole, come si usa dire, non bisogna che la tecnica sia "telefonata", cioè ogni nostro movimento inutile e superfluo può essere motivo di avviso per l'avversario dell'inizio del nostro movimento di attacco. Ad esempio: ulteriori caricamenti per potenziare la tecnica, piccoli allungamenti col piede per prendere lo slancio prima della tecnica, varie contrazioni del viso o accigliamenti prima di attaccare, spostamenti del busto o del collo e così via, ognuno dovrà fare attenzione al suo difetto, così che l'avversario si accorga del suo movimento.

Se la tecnica parte da HARA sarà veloce e potente e nessun altro movimento prima di quella scintilla dovrà essere individuato.

 

- Lo sguardo deve essere sempre di fronte a voi. E’ più importante vedere che guardare. Dopo vari esercizi dovete sentire il vostro corpo e senza guardarlo capire se la posizione, l'assetto e la forma sono esatte.

 

- La velocità non deve essere a scapito della lunghezza della tecnica.

Quando si eseguiranno le tecniche con un ritmo più veloce, non dobbiamo accorciare le tecniche per dimostrare di essere veloci, il movimento dovrà essere completo e perfetto come nell'esecuzione lenta.

Se questo non viene assimilato, nell'esecuzione dei kata, in cui la ricerca della perfezione é più accentuata, si eseguiranno delle tecniche poco pulite e il ritmo del kata verrà troppo velocizzato e non si otterrà quella plasticità e forza necessarie per l’esecuzione corretta.

 

- Non barate con voi stessi. L'allenamento lo state facendo per voi e non per il maestro. Quando non siete osservati continuate l'allenamento con la medesima energia e forza. Se non lo fate imbroglierete  solo voi stessi e non avrete  nessun miglioramento fisico e spichico.

 

- E' importante l'atteggiamento con cui svolgete l'allenamento, e la massima fiducia che riponete nell'insegnante. Controllate la vostra suscettibilità e accettate le correzioni, imparate a non essere mai soddisfatti di voi stessi, a non trovare giustificazioni per non dare il massimo delle vostre possibilità.

 

- La ripetizione continua del kihon serve proprio per circoscrivere al massimo la tecnica. Buona soluzione è  di non cercare di fare tutto subito, ma di prendere una caratteristica alla volta e perfezionarla, ad ogni ripetizione aggiungere una caratteristica in più fino a che dopo innumerevoli ripetizioni durante gli anni si riuscirà a mettere insieme tutte le cose necessarie per ottenere il massimo dal nostro corpo. Non considerate il Kihon come una perdita di tempo, ma anzi del tempo prezioso che deve essere svolto giornalmente anche per poco.

 

 

 

IL KIAI

 

 

Ki-ai significa unire la mente e le energie psichiche con il corpo.

La traduzione dà ampiamente il pieno significato.

Non é solo un urlo gutturale, ma bensì é un'energia che proviene dal profondo del nostro essere, dal basso addome, dall'HARA (-ventre- per i Giapponesi il centro della vita).

 E' l'esplosione della massima concentrazione abbinata alla coordinazione del corpo con la tecnica.

Dobbiamo ricercare il KI quell'energia assopita dentro di noi, che non viene solamente sviluppata per eseguire delle tecniche dirompenti, ma anche per altri motivi, che andremo a scoprire in seguito.

Sicuramente il nostro corpo pone dei limiti che la psiche non ha, ed é per questo motivo che la ricerca deve essere interiore, poiché col tempo, la forza esteriore, la parte illusoria del nostro essere, perderà le caratteristiche che la forza esige, ma potrà acquisire qualcosa di molto più importante che é il Ki, che ci permetterà di non contrastare le forze esteriore, ma di sfruttarle a nostro vantaggio.

Il Ki viene normalmente rappresentato attraverso esercizi di forza fisica, tipo rotture, resistenza al dolore ecc, ma questa è la parte  spettacolare del Ki:  vi é una forza interiore che permette di trasmettere questa energia ovunque si vuole. In particolare l’energia deve servire per la nostra evoluzione interiore, non può e non deve essere utilizzata solo ed esclusivamente per mettersi in mostra e per gonfiare il nostro ego.  Il KI diventa anche curativo, energia trasformatrice del negativo in positivo, non solo delle nostre abitudini caratteriali, ma anche nei confronti di chi ci circonda o di chi segue il nostro cammino.

Fisiologicamente il Kiai é prodotto dalla contrazione violenta dei muscoli addominali e ventrali e l'abbassamento del diaframma, con espulsione altrettanto violenta di aria dal corpo.

NA NA KOROBI YAOKI - sette volte morire,  otto volte attaccare.

Questo motto giapponese spiega il particolare spirito che ci vuole nella pratica delle arti marziali,  afferma la necessità di trascendere l'aspetto materiale, il nostro corpo, nel tentativo di affermare la supremazia del lato psichico: il KI la forma mentale che é in noi.

Significa annullamento totale delle preoccupazione del nostro corpo, scomparsa dell'ego, scomparsa  della paura della morte. In questo stadio le tecniche escono inconsciamente e il nostro corpo é annullato, tutt'uno con il kiai, il kiai stesso.

(Ennio Falsoni).

Nei miei appunti presi negli anni ho trovato questa spiegazione del kiai che trovo perfettamente in armonia con il KARATE-DO.

Il KIAI é la quint’essenza dell'energia latente che é in ognuno di noi. Lo spirito si attiva in vista d'intraprendere un'azione, di esternare un sentimento, ecc., e viene sospinto da un'energica determinazione che non é altro che il kiai stesso. Si tratta di un vero e proprio stato mentale che precede un'azione e la determina. Traducendo dal giapponese la parola kiai, troviamo che il vocabolo "KI" significa intenzione o spirito ed il vocabolo "AI" significa unione o incontro. Così, una prima traduzione ci spiega il senso del kiai come unione d'intento, per cui, per suo mezzo ci sarà possibile prendere il vantaggio su un avversario. Kiai significa, inoltre, essere in uno stato di spirito che non lascia alcuna possibilità all'attacco dell'avversario. Possiamo, quindi, nel kiai, trovare uno stato positivo ed uno negativo. Essere in pieno kiai ci permetterà di disporre, nel momento che noi sceglieremo, del massimo potenziale della nostra energia latente, sia fisica che mentale.

Sorge la necessità di conoscere e soprattutto saper controllare il kiai.

Questa capacità é stata ricercata sin dai tempi remoti.

Le origini del Kiai si perdono, infatti, nel cuore stesso delle tradizioni esotiche delle più grandi civilizzazioni; il KIAI é una sorta di "VERBO", é la forza che tiene l'energia iniziale all'atto creativo.

Non si potrà mai stabilire che si tratti dell' "AMEN" o dell' "AUM".

Il praticante di Arti Marziali che si accinge all'avvincente studio del combattimento, può spesso andare oltre il semplice scopo della difesa personale e trovarsi quindi in presenza di una grande iniziazione che può attuarsi praticamente. Il Kiai é anche utilizzato in certi casi di Kwatsu (pronto soccorso), come nella rianimazione per avvenuta sincope. Grande importanza nel Kiai assume la respirazione.

La respirazione é l'effetto della vibrazione del "KI", controllando l'effetto si può controllare la causa.

Nel karate, come nelle altre arti marziali, il controllo del respiro é fondamentale, essenziale, basilare.

Il KI é quella forza che organizzandosi e manifestandosi creò l'Universo, il "Verbo Dio" per i Cristiani, il Prana per gli Induisti, il Ki appunto nel Buddismo Zen e nelle arti marziali.

Il Kiai può essere effettuato su due tonalità: alta e bassa; deve sempre avere l'intenzione di sprigionare una completa libertà interiore. All'inizio si deve concentrare tutta l'energia fisica e mentale, mantenendola in una zona situata a 3 cm circa sotto l'ombelico, che viene considerato sede della vita (Sato-tsuji). Ciò si ottiene attraverso l'esercizio primario della respirazione addominale, oltre che mediante la pratica della meditazione e l'uso di posizioni sedute o in piedi nelle quali tutto il corpo dovrà essere in perfetto equilibrio. Abbandonando il baricentro mediante la contrazione dei muscoli addominali il Kiai sarà regolato da questa concentrazione viscerale che deve esprimersi e svilupparsi tutto in un solo istante, principio e fine a cui tende il karate.

 Si entra così in armonia con la sorgente originale di tutte le forze e di tutte le conoscenze, ignorando ciò che ci circonda, liberato lo spirito, il Kiai é l'Energia fondamentale dell'Universo.

Per potenziare il Kiai é necessario praticare un esercizio graduale per dominare la propria voce e sfruttare al massimo delle tonalità con una ginnastica addominale atta a sviluppare la motilità diaframmatica.

Colui che attraverso la pratica e la costanza studierà e raggiungerà l'unione con il KI, potrà controllare qualsiasi avversario senza il combattimento, addirittura in maniera naturale-automatica. Essendo l'avversario composto della stessa energia (KI) sarà come paralizzato, incapace di agire, bloccato dallo sprigionarsi della nostra onda di energia rendendo inutile il combattimento stesso, poiché questo termina ancor prima di iniziare.

Il Kiai, dunque, é utilizzato nel karate nei seguenti casi:

- al momento di attaccare un avversario, nell'intento di disperdere la sua coesione mentale.

- per dare ad un nostro attacco una grande intensità, con l'eccezionale concentrazione di tutte le nostre energie.

- come mezzo di cultura, per la conoscenza di sé stesso, e perché la pratica del Kiai migliora la salute, avendo come effetto una stimolazione di tutto l'organismo.

- per fermare o diminuire l'attacco nascente dell'avversario.

- nei casi di kwatsu, come azione unica e coadiuvante di altre tecniche di rianimazione.

A proposito di questa ultima possibilità, si dice che alcuni praticanti del Kiai possano, con il loro "grido", provocare sincope temporanea.

Il Kiai non é certamente quel grido che molti eseguono così facilmente.